Tracce N.1, Gennaio 2001

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S.O.S. Africa

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Società - Milano/Roma

Più di 24 milioni di persone infettate da Hiv vivono oggi nell’Africa sub-sahariana. Un problema di ordine mondiale. Ma gli interventi di prevenzione si sono basati quasi esclusivamente sulla proposta del condom. Un altro punto di vista

Oltre 24,5 milioni di persone infettate da Hiv vivono oggi nell’Africa sub-sahariana. I tassi di prevalenza dell’Hiv nella popolazione adulta superano il 10% in almeno 16 Paesi del continente africano. In Sudafrica e nello Zimbabwe, il 20-25% della popolazione è infettato da questo virus. In alcuni distretti, come quello di Rakai, in Uganda, il 73% delle morti tra gli adulti viene attribuita al virus da Immunodeficienza Umana Acquisita. Sempre nell’Africa sub-sahariana 13,2 milioni di bambini di età inferiore ai 16 anni hanno perso uno o entrambi i genitori a causa dell’Aids. L’impatto economico di questa epidemia è disastroso. In molte zone rurali del sud dell’Africa, circa il 30% degli agricoltori è sieropositivo con un costo stimato per la perdita di giorni di lavoro di 1.423 $ anno/persona, con previsioni di aumento fino a 10 volte nei prossimi cinque anni.

Menzogne “scientifiche”
Sono alcuni dei dati drammatici, relativi al continente africano, riportati nel recente rapporto sulla situazione mondiale su Hiv/Aids da Unaids (Joint United Nation Programme on Hiv/Aids) e durante la recente XIII Conferenza Mondiale sull’Aids, tenutasi a Durban nello scorso mese di luglio. I primi mesi dell’anno hanno visto anche il presidente americano Clinton ribadire in più di un’occasione che l’Aids dei Paesi in via di sviluppo è un problema di ordine mondiale e che quindi deve essere affrontato dalla comunità mondiale. Tutto ciò ha stimolato diverse agenzie e fondazioni, alcune compagnie farmaceutiche e alcuni governi a stanziare nuovi fondi per la lotta all’Aids nei Paesi maggiormente colpiti da questo flagello. Purtroppo tutti questi finanziamenti andranno a supportare ancora una volta progetti costruiti su menzogne, non solo ideologiche, ma soprattutto scientifiche. Da anni, sostenuti pesantemente da autorevoli agenzie internazionali, molti interventi di prevenzione nei Paesi del Terzo mondo si sono basati, infatti, quasi esclusivamente sulla proposta del condom. E questo senza tenere conto delle differenze culturali e delle tradizioni dei Paesi per i quali veniva proposto tale intervento, dei giudizi di autorevoli leaders locali e, soprattutto, senza darne la minima evidenza sui media, in modo che l’opinione pubblica non si ponesse dubbi sulla giustezza delle proposte. In pochi, per esempio, ricordano il discorso fatto nel 1992, a Firenze, durante il congresso mondiale sull’Aids dal presidente ugandese Museveni (sulla cui laicità ci sono pochi dubbi): «Continuo a esaltare un ritorno alle nostre collaudate tradizioni che incoraggiavano la fedeltà e condannavano i rapporti prima e al di fuori del matrimonio. Credo che la miglior risposta alla minaccia dell’Aids e delle altre malattie sessualmente trasmesse sia riaffermare pubblicamente e con franchezza il rispetto che ogni persona deve al proprio vicino. Bisogna insegnare ai giovani le virtù dell’astinenza, dell’autocontrollo, la capacità di sacrificio e di attesa. Così come negli anni ’40 ci era stata offerta la magica soluzione della penicillina, i nostri esperti sanitari ci offrono ora il preservativo e il “sesso sicuro”. In Paesi come il nostro, dove una madre, spesso, deve camminare 20 miglia per trovare un’aspirina per il suo bambino malato o 5 miglia per trovare un poco d’acqua, la questione pratica di trovare un costante rifornimento di preservativi o di usarli adeguatamente potrebbe non venire mai risolta. Nel frattempo ci viene detto che solo un sottile pezzo di gomma si pone fra noi e la morte di un continente. Ritengo che i condoms abbiano un ruolo da giocare come mezzo contraccettivo, specialmente in coppie Hiv positive, ma i preservativi non possono essere il mezzo principale per contenere e arrestare il corso dell’Aids».

Dati tecnici
Già qualche anno fa su Medicina e Morale venivano riportati alcuni dati “tecnici” sul profilattico, supportati da dati scientifici, che non hanno però avuto la minima risonanza negli ambienti di coloro che si occupano del problema Aids. La probabilità di una gravidanza in un anno in una coppia che usa esclusivamente il condom varia tra il 5% e 30%, con una media del 15%. In sintesi riportiamo altri dati. L’efficienza del condom nel prevenire le malattie sessualmente trasmesse ha una relazione inversa con le dimensioni dell’agente patogeno. Mentre il suo uso, infatti, determina una riduzione significativa (da 2 a 10 volte) delle malattie sessualmente trasmesse di origine batterica, come la gonorrea, la sua efficacia per le infezioni virali (i virus sono molto più piccoli che i batteri) è nettamente ridotta. I fallimenti dei condoms possono poi essere rilevati a tre livelli:
• fallimenti tecnici (porosità, rotture, degradazione del lattice)
• uso incorretto
• by-pass della barriera (contaminazione prima di mettere il condom)
Durante la V Conferenza sull’Aids a Montréal un lavoro ha dimostrato come in un buon numero di condoms ci sia una permeabilità a microspore di diametro maggiore dell’Hiv (virus peraltro 60 volte più piccolo del battere che causa la sifilide e 450 volte più piccolo degli spermatozoi). Vi è pertanto una teorica possibilità che il virus dell’Hiv presente libero nello sperma possa passare attraverso i pori al partner e per questo motivo alcuni suggeriscono di usare due condoms contemporaneamente (come i chirurghi dovrebbero usare due paia di guanti di lattice per prevenire le infezioni da Hiv). Perdite e rotture si verificano nell’1,5-8% dei casi. Ancora, la degradazione del lattice è proporzionale all’invecchiamento dei condoms. Negli ultimi anni alcuni studi epidemiologici hanno poi dimostrato che i condoms danno qualche protezione contro le infezioni virali, ma questa protezione è lontana da essere assoluta. Il rischio, infatti, di contrarre l’infezione da Hiv usando i condoms durante i rapporti sessuali è nell’ordine del 15%. Ancora una volta a questi dati è stata data poca risonanza sia in ambito scientifico sia a livello di opinione pubblica. Provocatoria la conclusione dell’autore dell’articolo pubblicato su Medicina e Morale: «Quando si ha a che fare con l’Hiv/Aids, il rischio di contrarre l’infezione, anche se ridotto al 10% (mentre si pensa di essere protetti dal condom), è inaccettabilmente alto. Cosa penseremmo, infatti, se ci dicessero che abbiamo il 10% di possibilità di cadere con l’aeroplano che prendiamo?».

Cinture di sicurezza
Interessante anche un recente articolo apparso su Lancet dal titolo «Condoms and seat belts: the parallels and the lessons». Gli autori ribadiscono ancora una volta come sia dubbia l’efficacia del condom come mezzo di prevenzione, soprattutto in Africa: «Le cinture di sicurezza non ci hanno portato tutti gli effetti benefici sperati. La teoria di compensazione del rischio può spiegare perché gli ovvi benefici delle cinture di sicurezza non si trasformino necessariamente in benefici reali quando usate dalla popolazione globale. Se gli interventi di sicurezza generano cambiamenti compensatori nei comportamenti a rischio degli autisti, è molto probabile che gli interventi tesi a ridurre i rischi per la salute sessuale possano modificare il comportamento a rischio. Crediamo che coloro che devono pianificare e implementare interventi sulla salute sessuale debbano attentamente tenere in considerazione questo fenomeno. Dovremmo chiederci perché la promozione dei preservativi non abbia molto effetto nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo. Dovremmo inoltre chiederci se vi sia il giusto equilibrio tra messaggi di promozione del condom e messaggi che incoraggiano la riduzione del numero dei patners».

Discreta e efficace
La Chiesa, come ribadito da Jacques Suaudeau («Profilattici e valori familiari: a proposito dell’espansione dell’Hiv/Aids» L’Osservatore romano - Edizione inglese, 19 aprile 2000) di fronte a questa situazione non è rimasta indifferente. Al contrario, «dall’inizio dell’epidemia, è stata presente, con i suoi ospedali, i centri di cura, le parrocchie, il servizio dei religiosi e delle religiose, le organizzazioni locali di aiuto ai malati e l’attenzione nei loro riguardi, ed è stata, in Africa, in prima linea nella lotta contro l’Hiv/Aids. Occorre tenere presente che l’impegno della Chiesa Cattolica è stato, come sempre, discreto ed efficace. Dobbiamo riconoscere, soprattutto, l’ammirevole dedizione e la singolare generosità delle tante persone che abbiamo visto visitare in Uganda, Kenya, Tanzania, Ghana, Costa d’Avorio, Benin, Repubblica Centrafricana, Burkina-Faso nelle loro case i malati di Aids, portando loro assistenza umana, cura medica, e, spesso, bevande e cibo. Per capire la realtà dell’Aids in questi Paesi bisogna seguire i volontari nel loro percorso di visite, mentre entrano nelle case buie, si chinano con gesti di compassione e tenerezza verso una povera donna emaciata, sulla soglia della morte, circondata da tre o quattro bambini che domani non avranno più niente, neanche la loro madre. «Dobbiamo tenere in giusta considerazione quelle religiose che hanno accolto tanti bambini orfani dell’Aids, e hanno provveduto a dare loro un tetto, cibo, istruzione e formazione professionale, contando su un minimo aiuto pubblico e un bassissimo contributo delle istituzioni responsabili a livello internazionale. Dobbiamo considerare queste persone, laici e laiche, venuti spesso da altri continenti, che sono riusciti a dare speranza, dignità di vita e cibo a tante donne, contagiate dall’Aids e respinte da tutti come “immonde”. Qui abbiamo visto Cristo sofferente, Cristo disprezzato, stigmatizzato, rigettato, Cristo malato e non visitato, Cristo moribondo per la fame e la sete. Ma abbiamo anche visto Cristo che visita il malato, che consola il sofferente, che abbraccia il malato di Aids, che si assume la responsabilità dei bambini ormai orfani. «Ricordando i volti sereni e sorridenti di tante donne e uomini impegnati quotidianamente, senza pubblicità, in questa lotta dura contro le devastazioni dell’epidemia di Hiv/Aids, siamo stati rattristati dalle recenti dichiarazioni che alcune persone hanno rilasciato alla stampa, con tanto clamore, in occasione del loro breve viaggio in alcuni paesi africani. In queste dichiarazioni, in sostanza, si accusa la Chiesa Cattolica di “indifferenza” di fronte alla tragedia dell’Aids in Africa, soprattutto a causa della sua posizione riguardo all’uso del profilattico nella prevenzione della contaminazione sessuale.

Valore familiare
«Il Pontificio Consiglio per la Famiglia non ha cessato di ricordare il messaggio della Chiesa Cattolica circa questa questione difficile della prevenzione dell’Hiv/Aids. Questo messaggio si basa, in poche parole, sul “valore familiare”. Ciò che è in gioco qui è una visione dell’uomo e della donna, della loro dignità, del senso e significato del sesso, come presentato nel documento di questo Consiglio dedicato alla sessualità umana. Laddove c’è una vera educazione ai valori della famiglia, della fedeltà, della castità degli sposi, al retto significato della donazione reciproca e laddove si riesce a superare le forme invadenti di promiscuità, l’uomo avrà una vittoria umana anche su questo terribile fenomeno. «La prevenzione più radicale dell’Hiv/Aids, quella che è efficace in assoluto e che nessuno può negare, è l’astinenza sessuale per gli adolescenti prima del matrimonio, e la castità coniugale nel matrimonio. Limitarsi a invitare gli adolescenti a usare il profilattico nelle loro esperienze sessuali, significa continuare ad alimentare il vizioso circolo sessuale che sta all’origine della gravità della pandemia nell’Africa sub-sahariana. È una illusione equiparare l’efficacia della lotta contro l’Hiv/Aids al numero di profilattici distribuiti nell’ambito di una popolazione. Per concludere occorre segnalare, tra molte altre, alcune esemplari iniziative realizzate per gli adolescenti e i giovani di questi Paesi. Si sono formati, in Uganda, Tanzania e Nigeria, gruppi di giovani, promossi da religiose, sacerdoti e laici cattolici che si occupano di loro. Tali gruppi si dedicano alla lotta contro l’Hiv/Aids e portano nomi significativi: “Youth alive”, “Youth for Life”. In questi gruppi informali e indipendenti da qualsiasi organizzazione governativa, ragazzi e ragazze di 16-18 anni di età si impegnano a lottare contro l’Hiv/Aids presso i ragazzi a loro vicini, cominciando da se stessi, con un impegno alla continenza sessuale fino al matrimonio e alla castità coniugale dopo il matrimonio. Questi gruppi non sono proiezioni teoretiche. Esistono realmente, e da anni, con discrezione ed efficacia. Non si può negare che sia questo il modello da applicare: certo non è un modello facile, ma è qualcosa di pienamente umano, basato sulla fede e la speranza, e non su un pezzo di lattice, da distribuire. Oggi sembra che si preferisca il materiale da distribuire allo sforzo umano. Con i milioni di dollari spesi nell’industria dei profilattici, si sarebbe potuto fare molto di più per i giovani dell’Africa, per la loro educazione, per il loro sostentamento e per la prevenzione efficace contro il contagio da Hiv/Aids. «La Chiesa Cattolica crede nel valore dell’uomo, nelle sue risorse. Crede che «l’uomo sorpassa infinitamente l’uomo», come diceva Pascal, perché creato a immagine di Dio (Gen 1,27). Nel campo dell’Hiv/Aids abbiamo trattato l’uomo come se si trattasse di un animale, dimenticandoci di tutte le energie che egli è capace di mettere in azione quando è convinto che vale la pena agire per una cosa necessaria. Si può capire il motivo che spinge le autorità sanitarie a diffondere il profilattico tra le prostitute e i loro clienti. Però la prevenzione dell’Hiv/Aids deve essere più di questo, deve spingersi a un altro livello e attaccare le vere radici sociali, economiche, politiche, morali, dell’epidemia. Questo non è impossibile, è necessario soltanto ampliare la visuale e assicurare un maggiore rispetto delle persone. “Youth alive”, “Youth for Life” hanno fatto questa scelta. È una scelta per l’avvenire di un continente che potrebbe altrimenti perdere la sua speranza».

a cura di Cristina Ravera, Giuliano Rizzardini, Filippo Ciantia, Alberto Bettinelli e Gruppo di studio sulla Salute Riproduttiva, Avsi

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