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I FATTI

EGITTO La conoscenza? È un incontro, anche all'ombra delle piramidi

di Giorgio Paolucci
09/01/2009 - «Non potete capire la lingua e la cultura araba se non andate nel deserto», aveva detto un professore egiziano. Così sedici universitari italiani sono partiti per Il Cairo...
Foto di gruppo nel deserto.
Foto di gruppo nel deserto.

Qualcuno ha cominciato per curiosità, qualcuno attratto dal fascino per un mondo lontano e insieme sempre più vicino. O perché sogna di lavorare col Medio Oriente. O perché era convinto che «il nemico bisogna conoscerlo bene per poterlo combattere». E così una ventina di studenti universitari di Milano - Lettere classiche, Scienze politiche, Filosofia, Lingue, Magistero, Design - hanno cominciato l’avventura: studiare l’arabo. Per imparare una lingua, per conoscere una civiltà, un modo di pensare e di vivere che l’immigrazione e la globalizzazione hanno reso sempre più prossimi.
Dopo avere seguito per un anno un corso privato, nell’agosto del 2008 è arrivata la grande occasione. Durante il Meeting di Rimini don Ambrogio Pisoni li presenta a Wael Farouq, intellettuale egiziano e grande estimatore del pensiero di don Giussani, che ha conosciuto leggendo la traduzione in arabo de Il senso religioso. Nasce così l’idea di un corso intensivo di lingua e cultura araba al Dar Comboni, la prestigiosa scuola fondata dai comboniani al Cairo. Il 13 ottobre partono in sedici da Milano e vivono una full immersion di tre settimane destinata a lasciare un segno indelebile. Ogni mattina quattro ore di lezione con alcuni docenti dell’università americana, colleghi di Farouq. Al pomeriggio, compiti e studio. Nei weekend, un tuffo in alcuni luoghi emblematici: le piramidi, i musei, il deserto.
«Non potete capire la lingua e la cultura araba se non andate nel deserto», aveva profetizzato Farouq. E dopo esserci stati per due giorni e due notti insieme a un gruppo di beduini che li accompagnava, Camilla ha capito perché: «È un posto dove non ci sono mezze misure, di giorno la temperatura è molto alta mentre di notte sopraggiunge improvviso ed intenso il freddo. Così anche il loro modo di percepire è portato agli estremi. Inoltre se lì si è soli si muore, non c’è scampo. Per questo l’islam non è solo una dimensione religiosa, ma sociale, culturale e politica: se sei solo nel deserto, non sei. Inoltre proprio lì si capisce quanta importanza abbia la memoria in una cultura nomade, basata in gran parte sulla tradizione orale. Per secoli l’unico modo che gli arabi hanno avuto per fissare e tramandare la loro tradizione era legato alla capacità di trattenerla con la memoria, e questo ha finito per identificare la ragione con la capacità di memorizzazione: la razionalità è diventata una gabbia, qualcosa che intrappola la realtà anziché una risorsa che spalanca a una dimensione più grande».
Nei dialoghi quotidiani con Farouq e i suoi colleghi del Collegio Americano trovava spazio, ovviamente, un confronto sull’islam e sul suo rapporto con la modernità e con l’Occidente. Dice Andrea: «Molti elementi della crisi attuale del mondo musulmano sono legati alla difficoltà di vivere armonicamente le categorie del tempo e dello spazio. I fondamentalisti privilegiano lo spazio in quanto fanno della loro terra - la terra dell’islam - il centro del mondo, mentre la dimensione temporale è rimasta ancorata all’epoca di Maometto. I modernisti, invece, vogliono restare al passo con la contemporaneità, ma hanno perso il collegamento con le loro radici; vivono proiettati verso l’Occidente rischiando così l’assimilazione alla mentalità americana ed europea». Come superare questo dualismo? Secondo Farouq «la risposta sta nelle pagine de Il senso religioso dove don Giussani invita a vivere nella totalità il rapporto con il reale, qui e ora, senza divisioni tra spazio e tempo e usando la ragione secondo tutte le sue potenzialità, fino alla possibilità di intuire l’esistenza del Mistero. In questo senso il cristianesimo può aiutare i musulmani a recuperare l’unità dell’uomo di fronte alla realtà».
Tutti sono tornati a casa cambiati, convinti che si possa conoscere l’altro soltanto incontrandolo, non facendosi condizionare dai filtri dell’ideologia. Quei venti giorni al Cairo hanno permesso di vedere da vicino un mondo fino ad allora soltanto immaginato, e hanno smontato molti stereotipi e luoghi comuni alimentati da una conoscenza superficiale o “drogata” dai mass media. Carlotta, partita con molti pregiudizi in valigia, ha scoperto che «il cuore di ogni uomo è popolato dalle stesse domande, dallo stesso desiderio di verità e di compimento. Ora non mi interessa tanto elaborare una teoria sull’islam, quanto incontrare questa gente a partire dall’esigenza di realizzazione della nostra umanità che abbiamo in comune».
Qualche settimana dopo gli incontri in terra egiziana, un incontro “eccellente” a Roma, con una delle teste più lucide della diplomazia vaticana: il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. Un colloquio nato dalla richiesta fatta dal “tessitore” don Ambrogio Pisoni in occasione della visita del prelato al Meeting: «Eminenza, questi ragazzi vorrebbero incontrarla a Roma. Sono sedici, in quanti possono venire?». «Tutti, possono venire tutti». E così il 29 novembre l’avventura della conoscenza si è arricchita di un altro importante capitolo. Giovanni fissa in due punti-chiave il frutto di quel colloquio: «Il primo è che l’amore è il presupposto di qualsiasi vera conoscenza. Tauran ha capito che eravamo innamorati di quei posti e di quella cultura, proprio come molto tempo prima era accaduto a lui e come continua ad accadere in occasione degli incontri legati alla sua attività. La seconda consapevolezza è che un dialogo autentico tra uomini di fedi diverse dev’essere fondato sull’approfondimento delle proprie radici, sulla valorizzazione della propria identità. Ed è proprio questa l’esperienza che abbiamo fatto al Cairo, con gli insegnanti del Dar Comboni, con Farouq, con i beduini che ci hanno accompagnato nel deserto».
Monsignor Tauran ha anche sottolineato l’importanza di tenere vivi i legami con le comunità cristiane che nei Paesi arabi vivono una condizione di minoranza e spesso di difficoltà, perché possano continuare la loro testimonianza nelle terre in cui il cristianesimo è nato.
L’“avventura araba” di Giovanni, Carlotta, Andrea, Camilla, Maristella e gli altri, sta continuando con lo studio dell’arabo all’università, con uno sguardo diverso sugli arabi che ogni giorno a Milano s’incontrano per strada e sul metrò. E con una nuova consapevolezza: quello che stanno facendo non è un interesse esotico, un hobby particolarmente originale, ma qualcosa che ha a che fare con la loro vocazione.

 
 

Credits / © Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora 127, 20131 Milano P.I. 02924080159 / © Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di Luigi Giussani e Julián Carrón

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