Quando Giovanni scatta foto ai passanti spesso chiede loro il permesso o il contatto per potergliele inviare. Una mattina fotografa due ragazze che bevono un caffè sedute nel cortile dell’università. Le due si interessano e chiedono spiegazioni: «Sto realizzando una mostra fotografica sulla vita universitaria», risponde Giovanni: «Voglio mostrare che il periodo dell’università è un periodo di libertà che può essere usato per andare a fondo della vita, di quello che studi, un posto in cui ti puoi giocare fino in fondo». Le ragazze rimangono colpite e, dopo aver conosciuto e visto un modo nuovo di stare in università, si mettono a fare pubblicità alla mostra, a dare in giro i volantini: vogliono dirlo a tutti.
Giovanni Zennaro ha 21 anni è iscritto all’Accademia delle Belle Arti di Brescia, ma è anche un fotografo professionista. Sono sempre stato appassionato di fotografia», racconta: «Ma non pensavo che avrei potuto farlo come lavoro, che avrei potuto dedicarci la vita». Dopo la maturità Giovanni è pieno di domande sul futuro: Design al Politecnico di Milano o Arti visive dello spettacolo a Venezia? Prova entrambi i test e li passa. «Il Mistero non ti risparmia mai la decisione, e fa accadere cose inaspettate. Di ritorno da Milano, dopo il test al Politecnico, mi sono fermato a Brescia per incontrare un’amica conosciuta a Czestochowa ed è lì che sono venuto a conoscenza dell’accademia. Mi sono accorto che l’indirizzo fotografico faceva per me, che potevo puntare sulla mia passione, su quello che mi piaceva fare».
Dopo il primo anno di università partecipa come fotografo volontario al Meeting e nasce l’amicizia con Roberto, un collega professionista più grande di lui. «Mi ha insegnato a scegliere un tema e raccontarlo», spiega Giovanni con gratitudine. «A mostrare quello che avevo da dire io davanti a ciò che vedevo. Mi sono accorto che mentre scatto sto parlando a qualcuno, la mia opera non si conclude in me. È un meccanismo di conoscenza che va oltre, arriva agli altri».
A settembre, alcuni amici di Ateneo Studenti propongono a Giovanni di realizzare una mostra fotografica. Dedica tre mesi a questo progetto. Sempre in compagnia della sua macchina fotografica corre da un’aula all’altra, nei bar durante le pause pranzo, per le strade, in stazione. Vuole far vedere la vita, il movimento. Vuole raccontare quello che vede, scatto dopo scatto. «Non mi interessa la foto, mi interessa la realtà, raccontare tutta la realtà attraverso un immagine. La fotografia è un linguaggio: con una foto io posso dire tutto come il poeta si esprime attraverso una poesia, io mi esprimo con uno scatto, riproponendo un’immagine della realtà».
Lo aiutano tanti amici: Alessio, Francesco, Andrea, Maria Chiara, e con il tempo se ne aggiungono altri. «Ogni settimana ci trovavamo per scegliere una foto, tra le tante, che avevo scattato. La cosa che mi ha spiazzato e colpito allo stesso tempo è stato vedere che delle persone mettevano il becco in una cosa che avevo fatto io, che era un lavoro mio, dicendo: “Potevi fare così, non fotografare quella lezione, vai a quell’altra”». Giovanni si lascia provocare e la mostra prende una piega diversa: non un semplice reportage da bravo fotografo, ma la documentazione di una vita più piena, di una vita possibile per tutti. «Ci siamo accorti», dice Giovanni, «che il fare le foto e la scelta diventava sempre di più una sfida a cosa ci interessa davvero in università: lo studio insieme, il rapporto con i professori, l’apertura verso tutto e il gusto della conoscenza».
La mostra “Studere, studere… quid valere?” è allestita nel chiostro di via San Faustino 74 b a Brescia fino al 30 aprile. Agli scatti sono stati affiancati dei testi. «Le parole non vogliono essere un’aggiunta alle foto», spiega Giovanni, «sono un accompagnamento. Abbiamo scelto di metterle perché grandi personaggi come Chesterton, don Giussani, il Papa, sant’Agostino, hanno saputo dire certe cose in modo efficace, noi non potremmo dirle meglio». Una sfida per tutti quelli che si sono coinvolti: «Il lavoro della mostra», racconta uno degli organizzatori, «che ci ha permesso di riscoprirci così desiderosi e pieni di domande di fronte al reale, è diventato fondamentale per approfondire il nostro stesso modo di stare in università, di stare al mondo».
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