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LETTERA DA PARIGI Due o tre cose che ho capito di me studiando il femminismo

26/01/2010

Qualche giorno fa, un amico mi ha detto: «Stai sempre a studiare. Ma, a parte questo, cosa t’interessa?». Ci sono rimasta: in realtà ho tanti interessi - l’arte, l’equitazione, i romanzi, i viaggi... - ma, con dodici esami alle porte, non mi resta neanche il tempo di mangiare... Dopo questa provocazione, lo studio mi sembrava ancora più pesante: si faceva sentire sempre più forte la voglia di fare altro.
Ieri, però, è successo un fatto. Mi sono trovata con la mia fedele compagna di studi Helena. Dovevamo affrontare i movimenti femministi attraverso la lettura di Jane Eyre, il romanzo di Charlotte Brontë. Analizzando quest’opera, eravamo tentate di imparare a pappagallo tutte le osservazioni che i critici femministi ci rifilano ai nostri giorni. Ma, a un certo punto, è entrata la zia anziana di Helena e ci ha subito detto: «Ai miei tempi si dava del “voi” e non si poteva avere il conto in banca o possedere una casa senza la firma del marito... Meno male che il ’68 ha messo fine a tutto questo e ci ha liberato!». Grazie a questa donna, entrata per caso nella stanza, tutto ciò che avevo studiato fino a quel momento si è ribellato. E davanti a quello studio incuriosito e sofferto s’è formato un giudizio. Così le ho detto: «Io non mi sento certo libera perché posso aprire un conto o acquistare una casa». Inoltre le ho fatto notare che anche Jane Eyre, la protagonista di quel romanzo, alla fine si rende conto che la vera libertà è condividere la vita con qualcuno e arriva a sposarsi. Le ho chiesto: «Lei stessa si è sposata: perché l’ha fatto? Che bisogno aveva di suo marito se era felice da sola?».
Non so se ha capito quello che le ho detto, ma per la prima volta le ho voluto bene. Ieri pomeriggio ho intuito un po' di più che, al di là della fatica, studiare è bello: è il compiersi della vita perché ci ricorda per Chi siamo fatti.
Camilla, Parigi

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