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«Con voi capiamo di più cos'è l'amicizia»

Il saluto di Emilia Guarnieri

La prima volta che il reverendo Habukawa e il reverendo Matsunaga approdarono al Meeting di Rimini era l’agosto del 1988. Vennero portando una bella mostra dal titolo “Koyasan”, una mostra fotografica sul Buddismo Shingon. Disse Habukawa in quell’occasione: «Se noi siamo qui è perché abbiamo incontrato monsignor Giussani... L’anno scorso abbiamo avuto la sorpresa improvvisa della visita di don Giussani».
Don Giussani, il fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, morto nel 2005 e anche recentemente definito «vero genio dell’educazione cristiana», aveva incontrato l’esperienza del Monte Koya quasi per un caso fortuito, durante un suo viaggio in Giappone.
Spesso ho sentito citare dal professor Habukawa un proverbio giapponese: «Quando si apre il fiore la farfalla arriva, ma nello stesso tempo quando la farfalla arriva si apre il fiore». La realtà ha un ordine, tutto obbedisce ad un disegno. Con questo stesso proverbio una volta Habukawa commentava l’incontro con don Giussani, apparentemente un caso ma che porta dentro di sé un disegno misterioso.
Durante quell’incontro, un dialogo in cui si parlò di mistero, di senso religioso, di educazione, don Giussani invitò i monaci del Monte Koya a partecipare al Meeting per parlare della loro esperienza e in particolare del metodo educativo di Kobo Daishi, il fondatore del Buddismo Shingon. E così è iniziata la storia della nostra amicizia.
Dopo quel primo incontro del 1988, il professor Habukawa, sempre accompagnato da altri onorevoli membri della comunità del Monte Koya, è tornato al Meeting altre 13 volte. Ricordo lo stupore e in parte anche l’imbarazzo dei nostri primi incontri, le cerimonie di accoglienza in hotel, lo scambio dei doni. Da loro abbiamo imparato il valore di certi gesti, lenti, misurati, abbiamo imparato a fermarci per goderci l’intensità degli sguardi reciproci, abbiamo imparato ad inchinarci l’uno di fronte alla grandezza e al mistero dell’altro, abbiamo forse per la prima volta incontrato una cultura così profondamente diversa dalla nostra e così terribilmente affascinante.
Vedevamo che in quelle cerimonie, in quei riti, che noi goffamente ma con commosso affetto provavamo a condividere, c’era la memoria del Mistero. Fermarsi per accogliersi era fare memoria di ciò che ci aveva messo insieme e reso amici.
Già in quella prima conversazione dell’87 con don Giussani era emerso, come un punto di grande sintonia, il disagio nei confronti di una cultura sempre più malata di materialismo e di laicismo. Dicevate, anche se in forme diverse, che questa malattia è comune tanto all’Oriente quanto all’Occidente. Ecco, a me pare che proprio questo bisogno di affermare e riconoscere il Mistero, qualcosa che ci precede e da cui dipendiamo, sia la ragione e il contenuto della nostra amicizia. Il rapporto con gli amici del Monte Koya è la documentazione più chiara dello scopo e dell’esperienza del Meeting per l’amicizia fra i popoli.
Quando 32 anni fa abbiamo iniziato questa avventura eravamo certi di una sola cosa: tutti gli uomini hanno lo stesso cuore, cioè lo stesso desiderio di verità e di bellezza, anche se le strade e i modi attraverso cui si esprimono sono diverse. Oggi che siamo diventati amici di musulmani, ebrei, anglicani, ortodossi, con una intensità e una possibilità di costruzione comune che mai ci saremmo immaginati, siamo ancora più grati al professor Habukawa e agli amici del Monte Koya perché l’incontro con loro è stato come una profezia di quello che dopo sarebbe successo. Nel rapporto con loro abbiamo capito di più cosa sia il dialogo e l’amicizia tra i popoli.

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