PAPI NELLA STORIA

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CELESTINO V Un eremita a Roma

di Eugenio Russomanno

17/05/2011 - Nella serie su alcuni tra i più significativi pontefici della storia, la vicenda di Pietro da Morrone, cui si affidò la Chiesa da mesi senza guida. Ma re e cardinali approfittarono della sua semplicità...

Dopo ben ventisette mesi di trono papale vacante, il 5 luglio 1294 il conclave si riunì di nuovo: il cardinale Latino Malabranca disse che un pio eremita aveva profetizzato il castigo divino se i cardinali non avessero subito eletto il pontefice, rivelando che il pio eremita era il celebre Pietro da Morrone. I cardinali votarono e votarono proprio Pietro da Morrone.
Costui aveva allora ottantacinque anni: era nato nel 1209 o nel 1210 nella contea del Molise, undicesimo figlio di due semplici contadini chiamati Angelerio e Maria. Ben presto il giovane Pietro decise di dedicarsi alla vita eremitica: ordinato sacerdote a Roma, visse per diversi anni in una grotta sul monte Morrone, vicino Sulmona, e poi sulle alture della Maiella. Ma questo eremita aveva una personalità affascinante: molti decisero di seguirlo, formando il primo nucleo di una nuova congregazione, gli Eremiti di San Damiano, i cosiddetti Celestini. I religiosi di Pietro da Morrone moltiplicarono i monasteri e incorporarono abbazie in decadenza. Nel 1284 sotto la direzione di Pietro si contavano 36 monasteri popolati da circa 600 monaci. Tenne sulla Maiella il primo capitolo generale dei suoi frati, che riconosceva come legge la Regola di san Benedetto. La sua fama di asceta, di guaritore miracoloso e di riformatore monastico varcò i confini degli Abruzzi.
«Vari fattori contribuirono alla sorprendente scelta dei cardinali: la stanchezza per la situazione di stasi in cui si trovavano, la speranza che una mossa audace potesse rinnovare il papato, il sogno duecentesco di un “papa angelico” che avrebbe inaugurato l’era dello Spirito», scrive lo storico John Kelly.
Una commissione di prelati e notai fu mandata sulle montagne della Maiella per chiedere al Morrone se voleva accettare. I legati trovarono in una spelonca un vecchio di oltre ottanta anni, pallido, emaciato dai digiuni, vestito di ruvido panno e calzato di pelli d’asino. Egli accettò con estrema riluttanza: a cavallo di un asino, fu scortato da Carlo II e da suo figlio Carlo Martello all’Aquila, dove il 29 agosto fu consacrato con il nome di Celestino V nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio. Per questo, ogni anno il 28 e 29 agosto all’Aquila si rinnova il rito solenne della Perdonanza Celestiniana, l’indulgenza plenaria perpetua che Celestino V, la sera stessa della sua incoronazione a pontefice, concesse a tutti i fedeli di Cristo: quanti confessati e sinceramente pentiti, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del 29 agosto, festa di San Giovanni Battista, avessero visitato devotamente la basilica di Collemaggio, avrebbero ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione della pena (alla Perdonanza è stato anche intitolato un Premio internazionale, assegnato nella prima edizione a Giovanni Paolo II).
Succube di Carlo II, ingenuo e incompetente, così privo di cultura che nel concistoro bisognava usare l’italiano invece del latino, Celestino V fece precipitare nella confusione l’amministrazione ordinaria della Chiesa. Ben presto si dileguarono le speranze riposte in lui, ignaro di latino, digiuno di scienze teologiche e giuridiche, privo di esperienza politica e diplomatica, impigliato ogni giorno di più nelle reti che ambiziosi prìncipi e astuti legulei gli tendevano.
La sua è stata definita dal Muratori come «una pericolosa semplicità». La letteratura italiana si è interessata a papa Celestino V: Jacopone da Todi con una nota lauda e forse anche Dante Alighieri quando, nel III canto dell’Inferno, scrive: «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto».
Pietro consultò il cardinale Benedetto Caetani (il futuro Bonifacio VIII) sulla possibilità di una rinuncia volontaria alla Cattedra di Pietro. Dopo la rassicurazione del cardinale Caetani, Celestino fece redigere un’esposizione dei motivi della sua abdicazione: il 13 dicembre 1294 davanti all’intero concistoro lesse la formula di rinuncia: «Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro caetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore».
Quindi depose le insegne papali e ritornò ad essere “il monaco Pietro”: «L’abdicazione non fu né una viltà né un atto di eroismo; fu il semplice compimento dello stretto dovere che incombe a chiunque ha assunto un ufficio sproporzionato alle proprie forze. Il dovere morale di restare al suo posto non poteva obbligare perché in contrasto con l’interesse più imperioso del bene comune» (Casti).
Morì il 19 maggio 1296. Il suo corpo riposa nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. Santo, la sua festa si celebra il 19 maggio.

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