Tracce N.2, Febbraio 2017

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PADRE SCALFI/3

L'intervento al Meeting di Rimini del 2003

Dall'incontro: “Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?» (Majakovskij)
Meeting di Rimini, venerdì 29 agosto 2003


Padre Romano Scalfì: «Se accendono le stelle vuoi dire che qualcuno ne ha bisogno?». Noi rispondiamo positivamente. Abbiamo bisogno delle stelle. Abbiamo bisogno di ogni cosa bella, buona e vera, perché abbiamo bisogno di felicità. Soltanto che la felicità, come l'arte, come la vita, ha bisogno di una roccia su cui edificarsi se vuol essere una casa che resiste alle tempeste, per non crollare, come dice il Vangelo. Havel, già presidente della Cechia, poeta, dissidente al tempo del comunismo, impegnato per la sua vita e la vita del suo popolo, ha definito la cultura «rapporto del particolare con l'assoluto». La felicità, parte della cultura di un popolo sano, non può essere da meno.

Riconosco che a parlare oggi del desiderio di felicità, della ricerca della verità, si passa per gente non aggiornata, ma come cantava Okudz'ava: «Finché la terra ancora gira, finché la luce è ancora chiara», vale la pena ostinarsi nel coltivare questo desiderio e insistere in questa ricerca. Anche perché la limitata esperienza accumulata in ottant'anni mi garantisce che, se non vogliamo morire di noia o finire nella disperazione, oppure vivere di deludente utopismo che a sua volta finisce nella disperazione, c'è una sola strada per non invecchiare anzitempo: lasciarsi colpire dal riverbero di verità e di letizia nascosto nel cuore di ogni frammento di vita. Riverbero del Logos spermatikòs, la misteriosa presenza del Verbo che è la consistenza del tutto e che tutto, nella sinergia con la fede dell'uomo, fa maturare verso la pienezza.

Se all'uomo non è concesso di interrogarsi ragionevolmente sul significato ultimo della vita, se deve rinunciare al desiderio innato di felicità, la prima a perderci è la ragione. L'ampiezza della ragione, se non è artificiosamente debilitata dal pregiudizio, ha un'apertura molto più rilevante di quella che il razionalismo in crisi intendeva concederle; e anche il cuore, quando è in sintonia con la mente, ha una capacità di letizia molto più profonda e duratura di quello che la fruizione immediata postmoderna le concede. Gregorio Magno (+ 604), biografo di san Benedetto, narra che il santo, qualche giorno prima della sua morte, guardando dalla finestra vide una luce che si diffondeva dall'alto: «Il mondo intero gli si presentò davanti agli occhi dentro un unico raggio di sole». Come fu possibile?, si chiede Gregorio Magno e spiega: «Quando san Benedetto vide davanti a sé il mondo intero come unità, non divennero piccoli cielo e terra, ma grande divenne l'animo di colui che contemplava». La ragione illuminata dall'alto è in qualche modo capace di recepire l'unità radiosa che dà senso a tutto e il cuore s'inebria di letizia. Questa visione è certamente un fatto straordinario, un fatto però che ci è dato in qualche modo di sperimentare anche nella quotidianità per chi sa guardare con occhio semplice e cuore aperto. Con animo verginale, direbbero i padri.
Che cos'è la purezza?, si chiede Isacco il Siro. È un cuore misericordioso. E che cos'è la misericordia? Un cuore ardente. Mente semplice, capace di compatire, e cuore ardente, la misericordia in atto, sono le condizioni richieste per introdurre alla conoscenza del mistero e al gusto della vita; per sperimentare, come la Madonna, la fecondità della verginità.
Il gusto della vita che nasce dalla verginità, dalla verginità come dimensione della coscienza, non può essere determinato da circostanze esterne; non può essere esterno a noi stessi.

In questi ultimi anni mi sono interessato dei martiri vittime dei comunisti in Russia. Un lungo elenco che cresce continuamente, documentato dagli archivi segreti del KGB. Una caratteristica dei martiri di oggi e di ieri è proprio la serenità: Sergej Sidorov, sacerdote ortodosso fucilato il 27 settembre 1937, sposato con quattro figli. Quando ancora era in libertà una parrocchiana gli chiese: «A chi affiderà i suoi quattro figli se sarà arrestato?». «Alla Regina del Cielo: se mi fucileranno, sarà per il suo Figlio. E Lei potrà forse abbandonare i miei figli?». Questa è verginità, colui che si è rivestito di lacrime - diceva Giovanni Clinico -, costui conosce il beato sorriso dell'anima.

Ora vorrei accennare all'arte nel suo rapporto con la felicità. Rapporto fra bellezza e felicità; fra bellezza e santità.

1. Conosciamo tutti la virtù soterica che Dostoevskij attribuisce alla bellezza. «La Bellezza salverà il mondo». Ma subito lo scrittore avanza dei dubbi. Quale bellezza, la bellezza della Madonna o la bellezza di Sodoma? Il tragico sta nel fato che l'uomo è attratto, a volte perfino simultaneamente, sia dalla bellezza della Madonna che dalla bellezza di Sodoma. È nota la conclusione che Dostoevskij trae: «Troppo vasto è l'uomo, io lo restringerei».
C'è quindi anche una bellezza falsa, demoniaca che coltiva il gusto della disperazione. È nata da una certa corrente del romanticismo tedesco l'affermazione: «La gioia migliore è la gioia della distruzione». Ma in queste forme esasperate i russi non sono da meno: «Amo talmente l'umanità da essere disposto a massacrare tutti gli uomini perché l'umanità sia salva», quest'espressione viene da una corrente tipicamente russa e tipicamente socialista, naturalmente del socialismo di inizio '800.

2. Secondo una diversa tradizione russa la vera bellezza è rappresentata dall'icona. Congdon mi disse un giorno che l'arte per essere autentica deve essere arte iconica. Non nel senso che si debbano "scrivere" soltanto icone, ma nel senso che l'icona deve dettare il canone a tutta l'arte.
L'arte, come la filosofia (con criteri diversi naturalmente), come la religione, come la vita, come l'icona, canta l'incontro del divino con l'umano, un'unità senza confusione e senza divisione; l'arte deve essere realista come l'icona che celebra lo sposalizio fra la carne e lo spirito. Deve trasfigurare la carne in bellezza e permettere allo spirito di rivelarsi come fos ilaron, luce gioiosa. Così la bellezza che genera serenità diventa criterio di autenticità per l'arte, per la santità, per la vita.

Qui bisognerebbe parlare della teologia della bellezza. Della bellezza come via alla santità, la «via pulchritudinis».
Solo qualche accenno che riprendo soprattutto da Pavel Florenskij (+1937), dalla sua opera fondamentale La colonna e il fondamento della Verità, che Russia Cristiana ha il merito di aver tradotto per prima.
« II santo non è una persona principalmente buona, buono può essere anche una persona volgare, il santo è soprattutto una persona bella».
«Non vi è nulla di più bello di una persona che è riuscita ad arrestare il torrente limaccioso delle cure umane e riempirsi di luce; essa rivela in sé l'immagine di Dio splendente come una perla preziosa». L'uomo è oggettivamente bello perché possiede in sé la perla preziosa, la luce dello Spirito Santo, il Bello della Trinità, come lo chiama Florenskij.
Nell'ufficio funebre bizantino si legge: «Sono icona della tua gloria indicibile, anche se porto in me le piaghe del peccato». Le piaghe del peccato possono rendere opaca l'icona dello Spirito Santo che è in noi come «luce serena», ma non possono eliminare l'icona, struttura del nostro essere, modellato secondo la Trinità che è verità somma nel Padre, Amore illimitato nel Figlio, Bellezza indicibile nello Spirito Santo.
Verità, Amore, Bellezza costituiscono un unico principio.
La Bellezza è quindi splendore della Verità e fioritura dell'Amore.
La Verità manifestata è Amore e l'Amore realizzato è Bellezza. Fatto ad immagine e somiglianza di Dio Uno e Trino, l'uomo non può immaginare la sua pienezza, la sua santità se non come icona trinitaria. Anche per lui vale che la verità non è vera se non si esprime in amore e l'amore non è tale non si imparenta con la bellezza.
La verità che non si esprime in amore diventa tirannia della logica; l'amore distaccato dalla verità diventa egoismo («aseità», come dice Florenskij, rifluisce su se stesso) e la bellezza come principio autonomo diventa estetismo, negazione del bello.
Il tropario di san Sergio di Radonež canta: «In te venne ad abitare lo Spirito santissimo e per la sua azione sei diventato bello e luminoso».
Nella notte di Pasqua si canta: «Krasuicija Bogorodice - Fatti bella Madre di Dio, perché tuo Figlio è risorto».

C'è anche una cosmetica della santità: esporsi alla luce dello Spirito per diventare belli. È semplice e costa anche poco. Questa costante esposizione alla luce dello Spirito trasfigura perfino le rughe, che non sono più segni di declino e di morte, ma screpolature della crisalide che si schiude alla nuova vita. Anche dopo la morte il giusto è riflesso di bellezza e di serenità: «Nella bara c'era Matriona» - la donna, il giusto del villaggio che stupidamente non chiedeva niente per sé, le bastava donarsi, come la descrive Solženicyn nella novella La casa di Matriona - «Nella bara c'era Matriona: il suo volto era integro, sereno, più vivo che morto». Un volto integro perché la bellezza che lo Spirito fa brillare nella materia abolisce ogni separazione e conferma l'identità di ognuno. Il contrario di chi volendo dimostrare a sé e agli altri di essere come Dio, si uccide e il suo volto resta pietrificato in una maschera senza identità e senza commozione - come descrive magistralmente Dostoevskij nei suoi Demoni.
In tutto questo non vi è nulla di sentimentale o di estetizzante.
Florenskij, parlando della Bellezza dello Spirito dice che è lo Spirito Santo a permettere alla ragione di scoprire il cuore della realtà come luce. Lui stesso cita il tropario di Natale: «Cristo ha fatto risplendere nel mondo la luce della ragione (svet razuma)».
I santi Padri chiamano l'ascetica «arte delle arti» e la conoscenza ascetica: fìlocalia, cioè amore per la bellezza.
Nulla è più bello di Cristo; per questo motivo non ci possono essere santi brutti.
Una persona che sa accogliere la luce ineffabile dello Spirito non può che diventare bella e lieta.

Il lavoro da fare per diventare belli, o meglio, per assecondare l'azione dello Spirito che ci fa belli è quello di educare la coscienza, la nostra ragione ad una sensibilità di fronte alla realtà, recepita sino alla sua verità profonda, al suo cuore che nasconde e rivela il mistero di tutto; si tratta di educare ad una vibrazione commossa di fronte a ciò che esiste come segno che rimanda all'Assoluto. Lo scopo dell'ascesi - precisa Florenskij - «è percepire tutto il creato nella sua vittoriosa bellezza originaria: vedere il creato nel suo contenuto eterno; la coscienza viene illuminata dalla commozione di una bellezza trionfante e immarcescibile».
Florenskij precisa: «Non si tratta di indifferenza (passività), ma di suprema sensibilità (che va educata) alla bellezza della carne, capacità di commuoversi fino alle lacrime, di piangere di entusiasmo di fronte ad un bellissimo corpo femminile». È Florenskij che parla. Ognuno poi dovrà valutare, a seconda delle circostanze, le sue capacità di entusiasmo verginale.

San Giovanni Climaco scrive: «Quelli che amano Dio davvero sono soliti commuoversi fino al gaudio, fino alle lacrime sia per le melodie sacre, come per quelle profane». C'è una sacralità da scoprire in tutte le cose.
Commuoversi sia di fronte al sacro come al profano (magari con intensità diversa) è la via alla santità come bellezza.
Questa via alla santità come bellezza ha il pregio di liberare dalla falsa concezione che la santità sia soprattutto uno sforzo, e non la continua scoperta nel quotidiano di una Presenza che fa bella la vita.

Il lavoro da fare non sarà principalmente quello di evitare i peccati, ma di far emergere la verità oggettiva della vita come bellezza che ci ama in ogni istante e soddisfa le esigenze del cuore. Allora comprendiamo come il sì di Pietro, pronunciato di fronte alla divina bellezza di Cristo risorto che gli chiede se lo ama, sia il fondamento di ogni autentica moralità cristiana. Per tanto tempo ho creduto che la domanda fatta da Cristo a Pietro, che lo aveva tradito pochi giorni prima, fosse veramente la dimostrazione di un'infinita misericordia del Salvatore. E di questo non c'è dubbio, ma pensavo che la risposta di Pietro fosse dettata anche da una certa spudoratezza. Come fai a dirgli «ti voglio bene», tu che l'hai appena tradito di fronte ad una servetta. Ma poi ho capito: davanti a tanto splendore, a tanta umanità, a tanta verità come si fa a pensare al proprio peccato prima che a Lui?
La moralità non può essere che la formula di san Gregorio di Nissa, ripresa poi nella regola di san Benedetto: nulla anteporre a Lui perché nulla Lui ha anteposto a noi. Nulla anteporre a Lui perché lui è il tutto, la via, la verità, la vita, il fascino della vita, la felicità della vita. Oppure, come scrive sant'Ignazio di Antiochia ai cristiani di Magnesia: «Non ci accada di essere insensibili alla bontà di Cristo».

Termino con un accenno alla bellezza della Madre di Dio, fonte di letizia, sempre prendendo da Florenskij. Se ogni santo è bello, la Deipara è la bellissima. «Il segno autentico di Maria, la Piena di grazia, è la sua verginità, cioè la bellezza, l'espressione più alta della Sapienza divina. Se lo Spirito Santo è la bellezza assoluta, la Deipara è la bellezza del creato».
E qui Florenskij, ancora una volta, sottolinea come bellezza e gaudio, gusto della vita siano inseparabili: «I terrestri si rallegrino perché la bellezza accolta nel cuore è gioia. La bellezza del mondo, la Madre di Dio, se contemplata dal mondo in pia emozione, è la gioia del mondo, il gaudio inaspettato, è tenerezza, consolazione, conforto, il dolce bacio con cui il mondo celeste bacia il mondo inferiore».
«È la gioia di tutte le gioie. Come san Serafino di Sarov chiamava l'icona della Vergine della Tenerezza». Lo stesso santo, di cui quest'anno ricorre il centenario della canonizzazione, salutava ogni persona che in incontrava con queste parole: «Gioia mia, tu gioia mia, Cristo è risorto!». Si licet parva componere magnis, mi permetto di aggiungere che in val Rendena, limitrofa alla mia terra d'origine, al posto di "ciao" e soprattutto di "arrivederci" si usa un'altra espressione, che mi piace di più: «Fa bel», al plurale: «Fé bel». È anche il mio augurio a voi tutti: «Fé bel!».

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