Tracce N.3, Marzo 2017

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MANET

Alcune pagine di Michel Foucault

VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA
Il 30 marzo 2017 alle 21.15, Casa Testori propone una visita guidata di Giuseppe Frangi alla mostra "Manet e la Parigi moderna". Per informazioni: www.casatestori.it


Tratto da La pittura di Manet di Michel Foucault (Ed. Abscondita, 2009)

E ora vorrei sintetizzare brevemente, nel penultimo quadro di cui vi parlerò, Le Balcon, quel che vi ho appena detto sullo spazio e sull’illuminazione.
Sfortunatamente, anche in questo caso, la riproduzione è pessima. Vorrei che immaginaste il quadro un po’ più largo: il fotografo l’ha stoltamente tagliato. Vedete delle imposte verdi, di un verde d’altronde molto più stridente di quanto qui non appaia, e quelle imposte, più esattamente delle persiane, con numerosissime linee orizzontali che bordano il quadro. Abbiamo dunque, lo vedete, un quadro palesemente architettato in linee verticali e orizzontali. La finestra duplica con esattezza la tela e ne riproduce le verticali e le orizzontali. Il balcone, o più precisamente la ringhiera in ferro battuto davanti alla finestra, riproduce le verticali e le orizzontali, mentre le diagonali non sembrano fatte che per servire loro d’appoggio ed evidenziare questi grandi assi. Se a ciò aggiungete le persiane che non potete vedere, tutto il quadro vi apparirà incorniciato da queste verticali e da queste orizzontali. Anziché far dimenticare il rettangolo sul quale dipingeva, Manet non fa che riprodurlo, insiste su di esso, lo ripete, lo moltiplica all’interno del quadro stesso.

Inoltre, lo vedete, tutto il quadro è in bianco e nero, con un unico colore diverso come colore fondamentale, il verde. Ora, questa è un'inversione della formula del Quattrocento, dove i grandi elementi architettonici dovevano essere immersi nell’ombra, rappresentati semplicemente in scuro, mentre i personaggi portavano i colori, quei sontuosi vestiti blue, rossi, verdi che potete vedere nei quadri dell’epoca; gli elementi architettonici sono dunque in chiaro e in scuro, in bianco e in nero, e i personaggi sono tradizionalmente colorati. Qui accade l’esatto contrario: i personaggi sono in bianco e nero e gli elementi architettonici, invece di essere immersi nella penombra, sono al contrario esaltati e in un certo qual modo posti in risalto dal verde sgargiante della tela. Lo stesso vale per la verticale e l’orizzontale.

Per quanto concerne la profondità, anche qui il gioco di Manet è particolarmente perverso e malizioso, perché il quadro apre su una profondità con una finestra, ma questa profondità è del tutto dissimulata, come ne La Gare Saint-Lazare il paesaggio era nascosto dal vapore del treno; qui avete una finestra che si apre su qualcosa che è totalmente oscuro, totalmente neroL; si distingue appena il vaghissimo riflesso di un oggetto metallico, una sorta di teiera e un ragazzo che la porta, ma è appena visibile. E tutto questo grande spazio cavo, questo grande spazio vuoto che normalmente dovrebbe aprire su una profondità, ci è reso assolutamente invisibile; e perché? Ebbene, semplicemente perché tutta la luce è all’esterno del quadro.

Invece di penetrare nel quadro, la luce è fuori ed è fuori proprio perché siamo su un balcone; bisogna supporre il sole di mezzogiorno che lo investe in pieno, colpisce i personaggi al punto di erodere le ombre e vedete queste grandi pieghe bianche dei vestiti in cui non si disegna assolutamente alcuna ombra, appena qualche riflesso più brillante, semplicemente; quindi nessuna ombra, e poi tutta l’ombra dietro, perché l’effetto di controluce ovviamente impedisce di vedere quel che vi è nella stanza; e anziché avere un quadro in chiaro-scuro, anziché avere un quadro in cui l’ombra e la luce si combinano, avete un curioso quadro in cui tutta la luce è da un lato, tutta l’ombra dall’altro, tutta la luce è davanti al quadro e tutta l’ombra è dall’altro lato, come se la verticalità stessa della tela separasse un mondo d’ombra, che è dietro, e un mondo di luce, che è davanti.

E al limite di quest’ombra che è dietro e di questa luce che è davanti, vedete i tre personaggi che sono in qualche modo sospesi, che non poggiano pressoché su nulla; la miglior prova che non poggiano su nulla è il piccolo piede, lo vedete, della sorella di Berthe Morissot, questo piccolo piede che pende come se non avesse nulla su cui poggiare: come accade per i personaggi de Il dono del mantello di Giotto. I tre personaggi sono qui sospesi tra l’oscurità e la luce, tra l’interno e l’esterno, tra la stanza e il pieno giorno. Sono lì: due bianchi, uno nero, come tre note musicali, escono dall’ombra per giungere alla luce: notate il lato vagamente resurrezione di Lazzaro di questo quadro, al limite della luce e dell’oscurità, della vita e della morte. E Magritte, il pittore surrealista, ha dipinto, come sapete, una variazione di questo quadro in cui ha rappresentato gli stessi elementi, ma al posto dei tre personaggi ha rappresentato tre bare. È proprio il confine tra la vita e la morte, tra la luce e l’oscurità, a esser qui manifestato da questi tre personaggi, tre personaggi di cui si può anche dire che guardavano verso qualcosa, guardano intensamente qualcosa che noi non possiamo vedere.

E qui, ancora una volta, l’invisibilità è come indicata dal fatto che i tre personaggi guardano in tre direzioni diverse, totalmente assorbiti da uno spettacolo intenso che, evidentemente, non possiamo conoscere, perché il primo è davanti alla tela, l’altro alla sua destra, il terzo alla sua sinistra. E noi non vediamo nulla, non vediamo che degli sguardi, non un luogo ma un gesto, e sempre il gesto delle mani, mani ripiegate, mani che si stendono, mani completamente distese; i guanti indossati, i guanti mentre li si sta indossando e le mani senza guanti, e questo stesso gesto circolare è in fondo il gesto che compiono i tre personaggi: è semplicemente questo cerchio di mani a unificare anche qui, come in Dans la serre, come ne Le Déjeuner sur l’herbe, gli elementi divergenti di un quadro che non è altro se non l’esplosione dell’invisibilità stessa.

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