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AMERICAN LIFE - IN UN MONDO MIGLIORE

Ma il cinema cosa racconta sulla famiglia?

di Luca Marcora

07/10/2014 - "American Life" e "In un mondo migliore". Due film proposti in occasione del Sinodo. Paternità mancate, assenze di genitori, necessità di figure adulte. Non un modello di valori tradizionali, ma un'immagine di cosa costruisce realmente una unità

Nel 2012, in occasione del VII Incontro mondiale delle famiglie, la Diocesi di Milano e il Pontificio consiglio per la famiglia avevano proposto la proiezione di una serie di film come momento di approfondimento e dibattito. Opere quasi sempre problematiche, che avevano suscitato reazioni anche apertamente negative: «Questo film non parla di famiglia: quella rappresentata non può essere proposta come modello di famiglia!», è stata un’obiezione con cui ci si è dovuti spesso confrontare nei cineforum.

La visione di quelle pellicole non voleva certo indicare un preciso modello da imitare, ma piuttosto mostrare un dato di fatto: che oggi l’identità della famiglia è drammaticamente in crisi. E il cinema, con il suo sguardo sul reale, non poteva non intercettare questa profonda mutazione della società. Cosa raccontano quelle pellicole e perché è utile vederle? Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre, ne riproponiamo due, da rileggere con nel cuore il richiamo di papa Francesco ad andare verso le periferie del mondo e dell’esistenza.

American Life (Away We Go, Usa 2009, dvd Bim), diretto da quel Sam Mendes che nel 2000 con American Beauty aveva distrutto la famiglia media americana, presenta la storia di una coppia scalcagnata alle prese con una gravidanza inattesa. John (Burt Farlander) e Maya (Verona De Tessant) iniziano un viaggio alla ricerca del posto migliore dove poter crescere la loro bambina, incontrando però solo situazioni decisamente grottesche. Inizialmente non vengono accolti dai genitori di lui perché stanno per partire per un viaggio in Europa tanto a lungo rimandato, un capriccio evidentemente più importante della nascita della nipote. Non va meglio con gli incontri successivi: tra coppie più o meno aperte, più o meno apparentemente felici, se non già scoppiate, i due protagonisti sono costretti a domandarsi cosa significhi dare la vita ad una nuova creatura da crescere ed educare insieme, in un mondo che sembra invece popolato solo da persone immature.

In un mondo migliore (Hævnen, Dan/Sv 2010, dvd Cecchi Gori) di Susanne Bier racconta la difficile adolescenza di Christian (William Jøhnk Nielsen), che ha un rapporto teso e conflittuale con il padre, ritenuto responsabile della morte prematura della madre, ed Elias (Markus Rygaard) figlio di un “medico senza frontiere”, sempre impegnato all’estero, che sta separandosi dalla moglie. Due solitudini che si incontrano in un’amicizia drammatica, nella quale il vuoto educativo lasciato dagli adulti farà esplodere il dolore e la rabbia dei ragazzi lasciati a se stessi.

Questi due film, due esempi tra molti altri possibili, di certo non parlano della “famiglia modello” o dei suoi valori tradizionali. Dicono invece di una difficoltà grave ad inquadrarne l’identità: cos’è una famiglia? Attorno a cosa la si può costruire?

In American Life emerge tra i protagonisti il desiderio di una unità, certo dai contorni indistinti, che però si traduce nella necessità concreta di uno spazio, di un luogo fisico fatto di persone assieme alle quali poter costruire questa unità. In un mondo migliore racconta invece dei vuoti che troppo spesso affliggono questi luoghi: la paternità mancata, l’assenza drammatica dei genitori dicono della necessità urgente di figure realmente adulte ed autorevoli, in grado di generare questo luogo nel quale una famiglia può nascere ed adempiere il suo ruolo educativo.

Ha scritto papa Francesco nel suo messaggio al Meeting di Rimini: «Un mondo in così rapida trasformazione chiede ai cristiani di essere disponibili a cercare forme o modi per comunicare con un linguaggio comprensibile la perenne novità del cristianesimo. Anche in questo occorre essere realisti. “Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada”». Ecco il valore di pellicole come queste.

Il cinema racconta la realtà del nostro tempo, registrando la crisi d’identità dell’uomo moderno, eppure non mancano gli spunti positivi, seppur piccoli e fragili, sui quali è possibile ripartire per costruire qualcosa. Partendo proprio da queste domande appena accennate è possibile cominciare quel dialogo auspicato dal Papa per annunciare al mondo la grande novità del fatto cristiano.


American life, 2009
diretto da Sam Mendes


In un mondo migliore, 2010
diretto da Susanne Bier

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