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CINEMA/TORNERANNO I PRATI

«Senza il perdono, l'uomo cos'è?»

di Maurizio Crippa

12/11/2014 - Ermanno Olmi torna nelle sale con un film sulla Grande Guerra. La tragedia di quelle inutili morti condensata in pochi segni essenziali. Un racconto sacrale in cui non contano le ragioni della Storia, ma i volti, i geloni, i sospiri... L'uomo

La luna sopra il cielo terso dell’altopiano, la corona dei monti e dei boschi. La neve altissima che rende immobile ogni cosa, inutile il movimento. Una striscia nera nel terreno e un filo di fumo grigio: la ferita di una trincea nel cuore di una natura che appare sacra, innocente. La traccia nera del filo spinato sulla neve, il tintinnio dei campanacci appesi per tradire l’arrivo dei nemici. Il canto napoletano di un soldato nella notte, Comm’è bella ’a muntagna stanotte, che per un istante riscalda i cuori anche agli austriaci invisibili nell’altra trincea. È il momento di una piccola tregua nella Grande Guerra, lassù in alto tra gli avamposti, dove il gelo impedisce di combattere, mentre dalla valle sale il rombo dei mortai.

Il vecchio regista montanaro Ermanno Olmi (classe 1931) ha scelto il suo altopiano di Asiago per la Grande Guerra, quasi per condensarla in pochi segni essenziali, intimi. Ne ha preso un particolare quasi insignificante per raccontarne tutta intera la tragedia con un film dedicato, leggiamo alla fine, «al mio papà, che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato».

Non ha ricostruito una grande battaglia, non ha voluto inscenare una requisitoria sulla «inutile strage», come la definì Benedetto XV - e fu profeta veritiero: perché quella guerra, oltre a morte e distruzione, oltre al crollo di cinque imperi e alla cancellazione delle vestigia dell’Europa cristiana, servì a gettare il concime per la Seconda Guerra e per lo sterminio degli ebrei. Olmi, con intransigente fedeltà al meglio del suo cinema, ha scelto di guardare al senso umano di quelle vicende e di quel dolore. Lasciando tutto il potere alle immagini e togliendo quasi le parole, i suoni, i colori.

Torneranno i prati è un piccolo, grande film sulla Prima Guerra mondiale che non pretende di essere una metafora universale su tutte le guerre - Olmi è troppo umile, troppo legato alla realtà e al destino di ogni suo personaggio per farlo -, ma che sa mettere negli occhi di chi guarda l’essenza della guerra, del male, dell’uomo: la sacralità strappata della vita.

L’esile vicenda, parzialmente ispirata al breve racconto La paura di Federico De Roberto (che fu anche cronista per il Corriere della Sera nella Prima Guerra mondiale) da poco ripubblicato, si concentra su un episodio che fu purtroppo tipico di quel conflitto: l’assurdo ordine di raggiungere un rudere fuori dalla trincea, la chiamata dei volontari che, uno alla volta, dovranno uscire verso una morte certa e inutile.

Quasi l’essenza della «inutile strage». Quella strage che può tentare, sperare, di trovare un senso solo altrove: nella preghiera del cappellano che dà provvisoria sepoltura cristiana ai morti sotto la neve, nella coscienza degli uomini che si risveglia, negli occhi e nei volti emaciati dei soldati che un senso per tutto questo reclamano. E nelle parole, recitate guardando dritto in macchina, nei nostri occhi, del tenentino che scrive alla madre: «Ma senza perdono, l’uomo che cos’è?».

È tutto raggelato in una sacra rappresentazione, in un rito della memoria e dell’espiazione, il film di Olmi. Che attingendo al meglio della sua poetica lascia parlare la natura e gli sguardi, i gesti. Togliendo con grande sapienza colore alle cose. Il film è girato a colori, ma ci sono solo il bianco della neve e il grigioverde, più grigio che verde, delle divise e dei visi. E poi il nero della natura quando diventa morte. Come nella bellissima scena, quasi grafica, del bombardamento che scende sulla trincea: solo il rumore degli scoppi e solo la neve che diventa sporca, gli alberi che diventano cenere, i corpi che diventano neri.

Una negazione dell’uomo e della natura. Come il soldato che guarda il larice, l’albero più bello che d’inverno «diventa del colore dell’oro». E la bomba brucia il larice, e anche il larice diventa nero. È un film sacrale, o un sacrario?, in cui non contano le ragioni della storia. Contano i volti, i geloni, i morti, i pensieri, i sospiri. Sottolineati, quasi sottovoce, dalle splendide musiche del grande jazzista sardo Paolo Fresu.

L’umanità umile e semplice, la natura come specchio del senso della vita. Gli elementi che da sempre fanno il cinema di Olmi, da Il posto a L’Albero degli zoccoli, sono qui come stilizzati nell’estrema angoscia della morte. Ma c’è anche una riflessione sul destino dell’uomo quando insegue la violenza e il potere, come già avveniva in un altro bellissimo film di Olmi, non distante da questo, Il mestiere delle armi, in cui il regista bergamasco aveva raccontato, o meglio «messo davanti ai nostri occhi» la morte di Giovanni delle Bande Nere, uno dei più compiuti esempi dell’Uomo rinascimentale, padrone della Storia. Più che un film religioso sulla guerra, Torneranno i prati è quasi una celebrazione laica e religiosa cui partecipare con lo stesso silenzio che trasmette, e con il rispetto che suggerisce.

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