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Anni Settanta, anche i giornali si fecero di piombo

di Niccolò De Carolis

30/01/2012 - Emmanuele si è laureato in storia studiando gli anni della violenza politica in Italia, e come ne parlava la carta stampata. Tra "strategia della tensione" e "fatti separati dalle opinioni", in quegli anni si poteva essere obiettivi?

Un fascino per il ’68 e gli anni di piombo in Italia («un periodo di grande vitalità e grandi attese che torna sempre fuori ma che nessuno mi ha mai raccontato fino in fondo») e una passione per il giornalismo, per il peso che la carta stampata ha avuto nella formazione del nostro popolo. Da questi due elementi è iniziata l’idea di tesi di Emmanuele, oggi laureato in Storia alla Cattolica di Milano.
«Poi mi è capitato di leggere un libro d’inizio anni novanta, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, ai tempi giornalista del Corriere della Sera. Duecento pagine di inchiesta, per mettere in luce l’atteggiamento ambiguo e mistificatorio dei principali quotidiani nazionali durante gli anni Settanta di fronte alla violenza politica di quel periodo. Sostenitori conformisti, anche quei quotidiani che si definivano “democratici”, di un clima culturale dominato dalla sinistra». Ecco trovata l’idea che può tenere insieme i due spunti iniziali. Emmanuele inizia uno studio della storia dei giornali degli anni Sessanta e Settanta, a cui poi dedica il primo capitolo della tesi. Dentro questo lavoro decide di focalizzare l’attenzione su un fatto di cronaca particolarmente significativo. Il 17 giugno 1974 le Brigate Rosse entrano nella sede dell’Msi a Padova per rubare dei documenti, e due esponenti del partito di destra che cercano di fare resistenza vengono assassinati. È il primo, duplice, omicidio delle Br e mette davanti agli occhi di tutta Italia la vera natura violenta e ideologica del movimento fondato da Franceschini, Curcio e Mara Cagol. «Il secondo capitolo è dedicato alla precisa ricostruzione di questo episodio, la cui sentenza definitiva è stata data solo nel ’90 con la condanna a pene varie di otto persone».

Perché è dovuto passare cosi tanto tempo? Eppure le Brigate Rosse rivendicarono l’attentato già il giorno dopo… Qui si inserisce l’importantissimo ruolo che ebbero i giornali in quelle settimane. Emmanuele, nel terzo capitolo, esamina le linee editoriali che seguirono il Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, l’Unità e Il Gazzettino, quotidiano informativo del nord-est. «Ho osservato come venivano organizzate le informazioni negli articoli, l’uso delle parole nei titoli e nei sommari, a che pagina veniva riportata la notizia. Tutto questo è decisivo per capire cosa un giornale vuole comunicare». A sorpresa i quotidiani danno scarso credito a come i fatti si presentano a prima vista. Forse perché la violenza non può che venire da destra: si parla di trame misteriose, di faide interne all’Msi, addirittura di un attentato orchestrato dallo Stato per attuare la cosiddetta “strategia della tensione”. In pochi credono alle Br. Anzi, quando compaiono le parole Brigate Rosse, sono sempre affiancate da aggettivi come «fantomatiche», «misteriose», «inafferrabili». Insinuando addirittura un dubbio sulla loro reale esistenza. «Gli anni di piombo sono iniziati con la strage di piazza Fontana, diciassette morti attribuiti in un primo momento agli anarchici. Poi, attraverso una serie di inchieste, la scoperta delle responsabilità neofasciste. Da li è nata la convinzione che i quotidiani avessero il dovere di fare controinformazione, di svelare un Potere occulto che macchinava dall’alto».

Mesi di studio e ricerca hanno fatto emergere in Emmanuele una questione capitale: «È possibile l’obiettività? O siamo condannati a restare imprigionati nei nostri schieramenti?». Già all’epoca ci si interrogava sul tema, con risposte antitetiche. C’era chi, come Umberto Eco, definiva l’obiettività «un mito»: chi scrive deve avvertire il lettore che gli sta comunicando semplicemente la “sua” verità, ma che ce ne sono tante altre.
E c’era chi invece, come Piero Ottone (ex direttore del Corriere della Sera), sosteneva un giornalismo all’anglosassone: «I fatti separati dalle opinioni». Ma anche questa opzione sembra una chimera, perché le notizie non sono fatti, ma sempre prodotti culturali. Come fare allora? «Io penso che l’obiettività esista», dice Emmanuele: «Ma solo come polo ideale a cui tendere continuamente e mai raggiungibile una volta per tutte». Quindi è un problema di tensione, di libertà: «E nel giornalismo ce ne è sempre di meno, perché i condizionamenti sono tanti: accontentare il pubblico, soddisfare l’editore, sostenere il proprio progetto politico… Ma sono convinto che un cambiamento è possibile se il giornalista comprende che, quando scrive, risponde in primis a se stesso. Al proprio bisogno di capire e scoprire come sono andate realmente le cose, alla propria esigenza di verità».

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