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VARESE

Il rapporto con un padre

di Antonio Tombolini

31/03/2014 - Milleduecento persone assistono alla presentazione della biografia di don Giussani al teatro Apollonio. Sul palco: padre Piero Gheddo, Claudio Risè e Alberto Savorana. Per testimoniare un incontro del passato che può essere affascinante ora

La voce della Madre Badessa risuona al mio telefono con una dolcezza e una fermezza decisamente inaspettate: «Grazie dell’invito, perché me l’ha rivolto proprio lei in persona; come ben sa, la nostra clausura non ci permette di uscire, soprattutto in tempo di quaresima… Ma quante pagine ha il libro? Più di 1300? È davvero un enorme contributo per la beatificazione di don Giussani! Pregheremo quella sera per tutti voi; mi dica a che ora inizia? Alle 21? Bene, la aspetto per Pasqua, quando riapriremo il parlatorio, così ci racconterà tutto». Così, sotto il segno della presenza silenziosa - una presenza che supera le dimensioni materiali - delle Romite ambrosiane del Sacro Monte di Varese, si è sviluppata la preparazione dell’incontro di presentazione del libro Vita di don Giussani nella “Città Giardino”.


Diversi gesti e momenti hanno anticipato l’evento: volantinaggi sotto la pioggia, organizzati da giovani padri di famiglia, per invitare all’incontro la gente distratta e annoiata che passeggia sotto i portici del centro cittadino; inviti a colleghi di lavoro ai quali mai prima si sarebbe pensato di fare una simile proposta (e la sorpresa della risposta positiva); l’incontro con Mario Di Pietro, cui la presentazione del libro fa venire in mente, come in un sobbalzo, le vacanze in montagna con Giussani e le prime stampe dei suoi libri in una storica tipografia di Varese per conto della neonata Jaca Book. Così sintetizza Maria Bardelli, presidente del Centro Culturale Massimiliano Kolbe di Varese, che dell’incontro è stato il promotore: «Nella preparazione di questo evento la preoccupazione organizzativa ha lasciato presto spazio a un'esperienza di gratitudine per l'incontro fatto e alla gioia di comunicare ciò che ha reso la mia vita più intensa e più vera. E proprio per questo anche il minimo dettaglio aveva la sua importanza». La sera del 27 marzo, milleduecento persone sono stipate nel teatro Apollonio, nel cuore della città. Sul palco i relatori, accompagnati da Carlo Petroni, responsabile di Comunione e Liberazione, nella veste di moderatore: padre Piero Gheddo, missionario del Pime; Claudio Risè, psicanalista e scrittore; Alberto Savorana, autore del libro e portavoce di Cl.

Alla presenza di numerose autorità sedute nelle prime file, apre l’evento un saluto di monsignor Franco Agnesi, vicario episcopale, il quale, dopo aver affermato che «l'insegnamento di Giussani si sintetizza nel conoscere e amare Gesù», definisce come un «regalo» per sé questa occasione, che è indubbiamente «un aiuto a non perdere di vista la passione missionaria di don Giussani», che «consegna questo messaggio alla Chiesa intera». Carlo Petroni introduce gli ospiti, sottolineando come la serata è, innanzitutto per sé, un’ulteriore «occasione per potersi stupire dell’incontro fatto, con il carisma del Gius, e come questa scoperta diventi affascinante ora».

Piero Gheddo esordisce così: «Nel 1958 Don Giussani mi invitò ai suoi incontri. Parlava con un tono appassionato di Gesù, una persona di cui innamorarsi»; i giovani di Gioventù Studentesca, spinti da questo amore, andavano nelle «periferie» (di Milano), anticipando la ormai celebre espressione di papa Francesco; lo colpiva «l’umiltà di don Giussani e la sua apertura a tutte le missioni». Infatti, come lo stesso Gheddo ha potuto constatare nei suoi innumerevoli viaggi come missionario del Pime in tutto il mondo, «là dove c’è un incontro con Cristo, migliora la situazione umana. Padre Gheddo ricorda inoltre gli anni Settanta della contestazione e il messaggio di don Giussani: «Un mondo nuovo si può creare, ma solo in Cristo», e conclude: «Sono sempre stato colpito dalla fiducia che il don Gius nutriva verso i giovani che aveva formato»; tutti noi che lo abbiamo incontrato «consideriamoci come privilegiati e quindi chiamati a una responsabilità ancora più grande» davanti al mondo e ai fratelli uomini.

Claudio Risè, con il tono arguto e la profondità di pensiero che lo contraddistinguono, ricorda gli anni del Berchet, l'«entusiasmo» di don Giussani, che aveva forza perché «ricolmo di Gesù, incontrabile ogni giorno». Giussani «voleva i nostri cuori», perché occorreva una «partecipazione non tanto intellettuale quanto affettiva per garantire un’esperienza integrale; ragione e affezione non si scindono nel metodo giussaniano». Si trattava di una «conquista del cuore dell’altro». Parla poi della propria esperienza professionale come psicoterapeuta, informata da tale metodo: c’è «un incontro, un rapporto con un tu, che diventa theos, Tu. È Cristo che muove tutto»; come ha sempre indicato don Giussani, «l’io di fronte a un tu riconosce se stesso. L'incontro con l'altro mette in moto la conoscenza». Rivela poi come un altro aspetto dell’insegnamento del suo professore di religione, che lo ha profondamente segnato, sia stato quello della «libertà», in connessione con quello di «dipendenza». Conclude Risè: «La mia esperienza con il don Gius è stata il rapporto con un padre, figura e testimone di libertà».

La parola passa infine ad Alberto Savorana. Il punto focale che lo ha illuminato e guidato in tutti i cinque anni e mezzo della preparazione della biografia è stata «la centralità di Cristo nella vita del don Gius». È stato decisivo «ripercorrere tutte le tappe della sua vita per spiegare tale centralità, fin dai gesti della mamma che gli rimbocca le coperte o le sollecitazioni del padre; sono il padre e la madre che fanno emergere in lui questa umanità». In seminario «a 13 anni va in crisi e impara a memoria Leopardi, fino al “bel giorno” dell’incontro con il prologo del Vangelo di Giovanni» (a cena, prima dell’incontro, Alberto ci diceva di come avesse iniziato a guardare ai suoi figli con occhi diversi constatando come Giussani viveva e leggeva Leopardi a 13 anni). Il giovane prete scopre che «Cristo è risposta al suo bisogno umano, non fine dell'avventura, ma inizio del dramma, del desiderio di capire»; e qui si introduce la grande parola del metodo del sacerdote brianzolo: esperienza, ossia misurare la vita con il fascio di esigenze originarie di ogni uomo, perché Giussani per primo, fin da piccolo, lo ha sperimentato. Non c’è circostanza che gli impedisca di vivere da uomo, perché è «solo il divino che salva l’umano».

Dopo aver narrato numerosi altri episodi, Savorana rivela come, verso la fine della vita, dopo una «giornataccia» a causa della malattia, don Giussani è grato perché il «Destino è più vicino», e conclude: «Don Giussani ci ha sempre messo in guardia dal rischio di ridurre l'esperienza: non siamo un'associazione, ma un movimento, cioè una vita, una vita alla portata di tutti». A nove anni dalla sua morte, di Giussani non rimane un "pio" ricordo o una celebrazione postuma, ma lo si sente ancora più vivo e “palpitante”, come è accaduto anche in questa serata.

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