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In Egitto come in Italia: «Ma io di Chi sono?»

22/06/2011 - Sei mesi al Cairo. Alle prese con la rivoluzione, i corsi, le amicizie. E un grande vuoto. Poi Rachele è tornata a Milano e ha scoperto...

Sono tornata dal Cairo dopo un semestre all’American University. Sono capitata là in un momento storico e politico importantissimo, ho visto coi miei occhi la rivoluzione del 25 gennaio. È stato difficile abituarsi al coprifuoco che lascia solo qualche ora d’aria, alle urla della piazza (vivevo alla stessa altezza di Tahrir ma dall’altra parte del Nilo), l’elicottero sempre in cielo, gli spari a qualsiasi ora del giorno e della notte, i lacrimogeni... Ma, essendo io una scienziata politica, è stato sicuramente interessante vedere nascere, crescere e morire un fenomeno che ho sempre studiato sui libri.
Sono rientrata in Italia gli ultimi giorni della rivoluzione, per tornare al Cairo il giorno dopo la caduta del Rais. I mesi successivi sono stati una grande prova: la coinquilina che avevo trovato non è più tornata e nessuno si sognava certo di venire a vivere al Cairo nell’immediato post rivoluzione.
Ora che sono tornata mi ritrovo a fare un bilancio di questi mesi. Ancora una volta, ho visto la mossa di un Altro sulla mia vita che mi ricorda che io, senza Compagnia, senza il movimento, senza Cristo sono persa.
Posso dire questo perché in tutti quei mesi ho vissuto il rischio di vivere una vita parallela alla mia, una vita diversa. Passando moltissimo tempo in università, i miei amici erano diventati quegli studenti: americani, egiziani, libanesi, marocchini, sauditi, tedeschi... Ragazzi arrivati da ogni parte del mondo. La vita con loro era spensierata, divertente, anche scatenata. Ma, al fondo, vuota. Senza senso. In balia dello stato d’animo, della fatica e della noia. La noia, soprattutto. Tanto che la risposta più frequente che mi davano a un banale «come stai?» era: «Bored».
Allora mi sono scoperta meno “atrofizzata” di quanto pensassi. Grazie a Dio abbiamo il cuore e il mio urlava, soprattutto quando passavo del tempo (poco) con amici come Wael Farouq o quando don Ambrogio è venuto a trovarci: loro erano inevitabile ricordo della mia storia. Quando il cuore è umile e bisognoso riconosce immediatamente quello per cui è fatto! Non c’era nulla di drammatico, i miei amici erano simpatici, mi divertivo, giravamo l’Egitto insieme, avevo anche qualche spasimante... E allora cosa non andava? Non ero contenta.
Io avevo già visto un modo di vivere, un modo di essere amici diverso. Più vero. Ciò che mi differenziava da loro era un’unica cosa: l’Incontro che ho fatto. Un incontro che non mi sono data io: un Altro mi ha scelta! Io e non uno dei miei amici dell’American University! È una Grazia su di me, che mi fa sentire imbarazzata e indegna di avere tra le mani una cosa così grande.
Non è la prima volta che arrivo a queste conclusioni nella mia vita, e questo mi fa rendere conto ancora meglio di quanto mi voglia bene il buon Dio, che me lo ricorda ed è paziente. Inoltre mi rendo conto che l’unico posto dove sono aiutata a fare memoria di questa mia appartenenza è qui.
Sono tornata molto carica di aspettative... Sapevo che qui era il posto dove avrei finalmente goduto di un modo di stare insieme e di trattarsi che è quello che mi mancava con gli amici del Cairo. Ma non è stato così. Il rischio che ho visto su tanti miei amici era proprio quello di una compagnia senza fondamento, un “farsi compagnia” in cui a regnare sono i “problemi del chiostro”... Lontano quindi dalla radicalità che cercavo. Io cerco un aiuto a tener viva la risposta alla domanda: «Io di Chi sono?». A questa domanda ho già risposto, nella mia vita, per la storia che ho avuto. Ma riconosco di avere bisogno di ridare questa risposta tutti i giorni, di educarmi a darla... Perché, trovandomi sola per qualche mese, non ero più capace. Penso spesso: se tutti se ne andassero, cosa farei? Cosa terrebbe? In Egitto non sono stata capace di rispondere che rimarrei in Cristo, anche se ho provato che alla fine è l’unica cosa che soddisfa il mio cuore.
Ho quindi risfidato i miei amici più cari a questo livello. Ora stiamo a vedere. Sto veramente cominciando a vivere con la coscienza che sono scelta e che, quindi, le circostanze che ho davanti sono per me. E questo incide, per esempio, sul fatto che non andrò alla GMG con i miei amici perché mi è chiesta una responsabilità rispetto agli amici che da Alessandria d’Egitto (una trentina!) vengono a lavorare come volontari al Meeting di Rimini.
Rachele, Milano

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