I FATTI

CL SITO INTERNAZIONALE

MOSTRA

Il viaggio, la pittura e la traccia di un grande desiderio

di Giuseppe La Rocca*

25/07/2011 - Al Museo Diocesano di Milano, fino al 3 settembre, è esposta la mostra di Paola Marzoli, "Bètfage". I suoi quadri, realizzati durante un viaggio in Terra Santa, sono un mezzo per raccontare la storia del passaggio di Qualcuno (dal catalogo della mostra)

«Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono [...]
Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte [...]
Vivere finalmente quelle vie [...]
col mendicante livido, acquattato
tra gli orli di una ferita».
(Cristina Campo)



Ho incontrato la prima volta Paola Marzoli nel maggio 2005, mentre era in corso una mostra della sue opere dal titolo: “Colono - Getsemani”. Quando anni dopo, leggendo l’autobiografia di Aldo Rossi, l’architetto con cui Paola si è formata ed ha condiviso intensi anni di lavoro e di interessi, trovai l’inciso: «Amavo l’orario ferroviario e uno dei libri che più ho letto attentamente è l’orario delle ferrovie svizzere», riconobbi che quel che da subito mi aveva colpito in quel titolo era la forte evocazione da toponomastica ferroviaria, un tempo molto familiare, confermata dalle ultime righe che la Marzoli aveva scritto per quel catalogo: «Per ora sto in viaggio, su un vagone ferroviario, tra Colono e Getsemani». Da questo commiato, come mendicante, acquattato tra gli orli di una ferita, Paola ha varcato la soglia del monastero in cui vivo, accompagnata da Letizia Fornasieri, che l’anno precedente le aveva proposto di partecipare ad un pellegrinaggio in Terra Santa. Lì accadde qualcosa che Paola rammenta così: «Ho sempre viaggiato molto. Da anni andavo in Grecia e in Turchia, a cercare frammenti reali, fisici, della nostra storia. Avevo approfondito negli anni Novanta il mito di Edipo, entrando nel cuore della mitologia mediterranea. Ho ripensato la figura di Cristo all’interno del complesso mondo di narrazioni della mitologia antica, senza avvertire contraddizioni o fratture. Anzi mi pareva (e mi pare) che si potesse ricapitolare in Cristo tutta la maglia, tutta la densa trama dei miti classici, come se lì andassero a convergere. Sono partita per la Palestina mediterranea per fotografare da vicino le pietre di Gerusalemme. Il mio viaggio si prospettava come una ricerca eminentemente culturale. Poi è cambiato qualcosa. L’esperienza di Gerusalemme è diventata un’esperienza reale, che mi ha sbalzato dal cammino e dall’orizzonte culturale. C’è stato uno piazzamento e di nuovo un confluire di forma e contenuto». Credo che l’amicizia di questi anni e la frequentazione di Paola a questo monastero sia totalmente determinata dalla necessità di far confluire ogni accadimento a questo sbalzo e a questo spiazzamento.
Profeticamente in una conversazione del 2001 dichiarava: «Numero i quadri non per catalogarli, ma con la speranza che un giorno, miracolosamente, da questa sequenza temporale di immagini salti fuori una storia. Più che all’opera finita tengo alla storia, alle storie, ai percorsi...». Storie e percorsi profondamente intessuti dentro la vita quotidiana in cui ogni fatica, ogni dono freme di poter essere accompagnato ad una trasfigurazione, a cui la propria riconosciuta vocazione di figli, che Cristo ci ha rivelato, tende. In una conversazione pubblicata recentemente, Paolo Biscottini afferma: «Penso che l’arte davvero scopra un mondo nuovo, ma non solo quello che i nostri occhi non sanno vedere, bensì quello che offre una prospettiva diversa di vita. È un vento furioso che scopre l’anima, la mette scandalosamente a nudo. Ne rivela l’unicità, l’aspirazione ad una perfezione che neppure riusciamo ad immaginare. L’arte va a toccare ciò che è sconosciuto, il mistero. Da qui l’artista non può sfuggire, né l’uomo, se sa porsi in ascolto. Da questo ascolto può trarre nuova linfa vitale, intuire il mondo nuovo». Dalla fame di una prospettiva diversa di vita è iniziato una sorta di viaggio, percorso e percosso dalla sorpresa di un paradosso, come quello descritto da Claudel nel suo dramma, Le Soulier de Satin, quando nell’ultimo dialogo con l’amato mai raggiunto, Prouhèze, la protagonista dell’opera, afferma: «O Rodrigo, perché cercarlo il cammino fra noi due, quando esso è venuto a cercar noi?». Scrive la Marzoli in una lettera del 2005: «Quel che avrei voluto dirti è che quando sono stata a Gerusalemme Cristo mi è venuto incontro. Vedendo Lui mi sono vista.
Ho visto Cristo nel suo muoversi in un modo totalmente diverso, di distinzione piena di sé dagli altri, e di amore per gli altri uguale all’amore per sé. Non sto a misurare quanta strada ho fatto ma cerco di camminare». E poco tempo dopo aggiunge: «Ho tante cose da dirti. Sul viaggio, sulle mie difficoltà di viaggio e sul “per sempre” che è entrato anche nella mia vita. Credo che siano legati, il viaggio e il per sempre. Ma il viaggio deve essere “il Viaggio”, cercando indizi nelle zolle di terra e con la fede di trovare la strada. Credo che il Viaggio sia seguire una strada che è la Strada. Ho una immagine, da qualche mese. Quella di Gesù, con i sandali, che cammina dritto nel mezzo della strada. E gli apostoli di fianco, appena un po' dietro. Mi sembra di capire che il Viaggio è il rapporto sempre più stretto e sempre più fisico con questo “Tu”. Questo Cristo che cammina. La mia percezione vivissima del viaggio sta anche nella constatazione che ho sempre incontrato i compagni di strada veri, reali, per quel momento.
Cristo sta nei compagni di strada, nel loro desiderio grande e non nelle risposte ai loro e ai nostri desideri immediati. Eppure non possiamo scartare niente senza prima averlo setacciato bene, perché anche nella sabbia dei bisogni quotidiani delle disperazioni quotidiane, c’è traccia del desiderio grande. È quella traccia che ci fa strada. Gli indizi di cui ti dicevo». E nel contributo preparato per il libro Dialoghi con il sogno. Incontri diurni e notturni con l’inconscio, nell’accenno di un breve inciso, individua la natura del rapporto che nasce dal seguire con cuore libero gli indizi che la strada offre: «In Cristo il destino (l’antica fatalità che toglieva individualità agli uomini) diventa vocazione e dunque direzione accettata, voluta, scelta. Cristo ci mostra e ci insegna uno sguardo di amore su tutti gli uomini, pur nel loro errare, sbagliare, correggersi. Purché stiano in campo, offrendosi. Dicendo, ad ogni esperienza che li ferisce: “Questo è il mio corpo”». Di questo parla la pittura di Paola. Una pittura «fortemente esistenziale, quasi autobiografica, dove il virtuosismo da ricamatrice dialoga con un’anima mai paga dei traguardi raggiunti». Nella presentazione del catalogo della mostra del 2009, Giuseppe Frangi le scrive: «So che per te la pittura non è un fine. È un mezzo per testimoniare un qualcosa che la sopravanza e in questo modo la giustifica pienamente. Il quadro in sé è una zona inerte se non si sporge sulla vita; se non si assume dei rischi; se in qualche modo non si rende chiara la sua necessità. Il quadro è un oggetto che rimanda, quasi con ansia, ad altro. I tuoi quadri sono dei testimoni, segnati dal passaggio di qualcosa e di qualcuno, di cui nello spazio designato avverti un’eco». Questa eco mi è particolarmente presente nei quadri Sicomoro e Gerico. Mi riportano alla testimonianza di un sacerdote amico che fin dall’inizio ha accompagnato e alimentato il mio cammino di dedizione a Cristo nella forma monastica; affidandomi, nell’estate del 1985, come bagaglio, proprio un commento alla pericope evangelica che narra dell’incontro di Gesù con Zaccheo (Lc 19,1-6): «Il fatto decisivo della vita di Zaccheo - ciò per cui non fu più lo stesso, ma un altro - è stato quello sguardo, che per contraccolpo lo ha fatto scendere in fretta, pieno di gioia e di entusiasmo, perché era come se improvvisamente fosse fluita dentro di lui la fiumana dell’essere. Tutto era lì. Per tutta la vita di Zaccheo tutto è stato lì: quello sguardo, quell’uomo, Cristo. Quell’uomo che è morto, che ha visto risuscitato, che gli era presente quando andava a incassare i tributi della gente - era il suo mestiere -, quando tornava a casa, quell’uomo era tutto».
E Paola quasi intercettando un dialogo mai interrotto, scrive in una lettera del 2009 a commento dell’opera 662: «Nel dipingere il quadro del sicomoro di Zaccheo ho capito che Zaccheo colpito al cuore dal tutto di Cristo, subito ha avuto meno bisogno di approfittarsi degli altri, di avere dei tornaconti nei loro confronti. Non è che è diventato generoso, è che non ne aveva più bisogno».
È di questa natura la libertà che si respira negli ultimi lavori della Marzoli, dove il blu del cielo che «va a ritagliarsi il suo spazio seguendo il profilo delle mille foglie» ci lega ad una speranza indicibile, la speranza che quel “Tu” per cui il cuore sa di essere fatto, si manifesti, mentre come un mendicante “che protende la mano tutta quanta la notte”, si percorre la strada, cantando i versi di Way To Blue:
«Perché non vieni a dirmi
se conosci il cammino per il blu?
Hai visto la terra che vive nella brezza?
Riesci a comprendere una luce tra gli alberi?
Aspetteremo al tuo cancello sperando come ciechi».

*Priorato SS. Pietro e Paolo, località Cascinazza, Buccinasco (Mi)

Altre news

Pagina:  6  7  8  9  10 

Credits / © Soc. Coop. Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora 127, 20131 Milano P.I. 02924080159 / © Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di Luigi Giussani e Julián Carrón / Note legali