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LA DOLCE VITA Viaggio in un mondo da "girone dantesco"

di Luca Marcora

22/01/2010 - A 50 anni dall'uscita, proponiamo una rilettura del capolavoro con cui Federico Fellini ha saputo cogliere i fermenti della società in mutamento

All’uscita dal cinema Capitol di Milano, la sera del 5 febbraio 1960, Federico Fellini e Marcello Mastroianni furono accolti da fischi e sputi, tanta era stata la disapprovazione di chi aveva appena assistito all’anteprima del nuovo lavoro del maestro riminese. Ma quello era solo l’inizio di una discussione accesissima che avrebbe proiettato La dolce vita tra i più clamorosi successi della storia del cinema italiano e mondiale.
Il personaggio di Marcello (lo stesso Mastroianni), giornalista-scrittore in crisi, il suo viaggio in una Roma da “girone dantesco” (G. P. Brunetta), i suoi incontri con una galleria di personaggi emblematici di una preoccupante “putrefazione umana e sociale” (G. Rondolino), avevano profondamente scosso la quiete italiana dell’inizio degli anni ’60. Difesa solo dai gesuiti, la pellicola aveva scatenato le ire di tutti i moralisti; Fellini non aveva fatto altro che togliere il velo d’ipocrisia che ricopriva una società che amava ancora esibirsi come borghesemente cattolica, ma che intimamente aveva cominciato a perdere tutti i suoi punti di riferimento.
Marcello è la naturale evoluzione della combriccola di amici nullafacenti de I vitelloni (1953), solo ancora più indifferente e senza speranza. La ricerca di una via d’uscita dalla sua crisi umana sembra non approdare mai a nulla: gli eterni dissidi con la fidanzata Emma (Yvonne Furneaux), le sue scappatelle con altre donne (la ricca, ma come lui annoiata, Maddalena – Anouk Aimée –, o l’attrice americana Sylvia – Anita Ekberg, il cui bagno nella fontana di Trevi è diventato uno dei momenti fondamentali della storia del cinema mondiale), o ancora il suo girovagare mondano tra nobili caricaturali, sono solo circostanze che per un attimo servono ad alleviare la noia che lo attanaglia. Marcello in realtà non cerca nulla se non di tirare avanti, di sopravvivere in una società in cui cronisti e fotografi d’assalto (il termine “paparazzo” nasce proprio in questa pellicola) sono sempre presenti per poter documentare e sbattere in prima pagina tutto quello che succede: scoop mondani, scandali, finti miracoli, la morte stessa, diventano oggetto su cui speculare, fare spettacolo. Per gran parte della vicenda il suo è un protagonista negativo, che subisce quanto accade, che assiste alla morte di un intero corpo sociale, prendendovi parte solo per starsene ai margini, sempre pronto ad uscirne quando la noia torna inesorabilmente a farsi sentire.
Gli incontri si susseguono senza lasciare traccia, arrivando anche a definire la struttura stessa della narrazione, che si sviluppa in episodi apparentemente a sé stanti; tra i pochi personaggi che ritornano, solo la figura di Steiner (Alain Cuny) sembra l’unica in grado di smuovere Marcello. Scrittore anch’egli, Steiner è però il suo esatto opposto. Ha tutto: successo, una bella casa, una moglie che lo ama e due splendidi figli. Ma anche una celata paura per questo tremendo vuoto di senso che avanza, paura che lo porterà ad osare la forma più radicale di ribellione alla prigionia che questa società gli offre. Di fronte alla tragica dimensione di questo personaggio, Marcello si risveglia dall’indifferenza e dal distacco, rinuncia a carriera e fidanzata e finalmente si trasforma in quel protagonista attivo che per più di due ore è mancato al film: nella – per quei tempi – scandalosa scena dell’orgia, si impone come vero fulcro generatore dell’azione, un’azione disordinata, caotica e fondamentalmente distruttrice. Marcello diventa così uno dei mostri di cui andava a caccia quando faceva il giornalista; da spettatore sceglie di diventare oggetto stesso dello spettacolo, in un impressionante abbrutimento fisico e morale; come a significare che l’unico modo per sopravvivere a questa apocalisse è diventarne uno degli artefici.
A nulla vale il richiamo finale della giovane cameriera (Valeria Ciangottini) la cui innocenza, fin dalla sua prima apparizione, aveva indicato la possibilità comunque di una speranza. Marcello è ormai sordo, ha scelto la strada che vuole percorrere. Come le ultime immagini suggeriscono, dopo aver guardato negli occhi la mostruosità è impossibile tornare indietro. Ma chi dei due è davvero il mostro?
Ne La dolce vita Fellini ha saputo cogliere con lungimiranza i fermenti di un mutamento radicale della società che ancora oggi ci riguarda e il suo film, lunghissimo ma tragicamente appassionante, si staglia come uno dei pilastri dell’intera storia del cinema. Con il lungometraggio successivo – 8 ½ (1963) – è il cuore pulsante dell’opera di Fellini, sempre tesa tra il decifrare il reale attraverso personaggi bizzarri, creati da una fantasia irrefrenabile, e il continuo andare a ripercorrere i labirinti della memoria, poli che troveranno poi in Amarcord (1973) l’ultimo grande e genuino punto di equilibrata sintesi dell’opera maestro.

La dolce vita (ITA, 1960)
DVD Medusa
di Federico Fellini

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