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PADOVA

Una vita, non una teoria

di Eugenio Andreatta

07/02/2014 - Alla presentazione della biografia di don Giussani, c'erano Luciano Violante, monsignor Danilo Serena e Antonio Ramenghi. L'incontro vivo con un uomo che non hanno conosciuto. Ma da cui è nata «la storia che abbiamo davanti agli occhi»

Alle 21 di giovedì 6 febbraio, al centro congressi "Albino Luciani" di Padova c’è la folla delle grandi occasioni. Oltre mille persone in due sale, nelle prime file le principali autorità cittadine, per la presentazione, a cura dell’associazione Rosmini, di Vita di don Giussani di Alberto Savorana.
Si entra nel merito fin dai saluti. «Se più persone leggessero questo libro, tanti pregiudizi su Cl cadrebbero», annota il sindaco Ivo Rossi: «Non l’ho conosciuto di persona, ma ognuno di noi è la testimonianza di ciò che ha saputo dare. E questo libro è la cronaca di una storia che abbiamo davanti agli occhi. Anche qui a Padova». Il Rettore della Basilica del Santo, padre Enzo Poiana, è andato a recuperare le cronache del convento, che annotavano nel 1994 e nel 1995 una presenza straripante in occasione delle meditazioni di don Giussani, pari solo a quella delle feste del Santo: «Oltre al numero, stupisce la qualità», annotava il cronista, «la riproposizione di Cristo come avvenimento di vita». Padre Enzo ha una parola anche per don Giacomo Tantardini, che dal pulpito della basilica trasmetteva la sua limpida passione per Gesù: «È stato lui il testimone che mi ha fatto conoscere Giussani».

Avrebbe tante cose da dire anche Luciano Violante. Ha sei pagine dense di appunti, sottolineature, evidenziazioni. Osserva che nel fondatore di Cl è centrale il concetto di esperienza, cita Guitton, aggiunge che «è lontano sia da un cristianesimo angustamente parrocchiale sia da un cristianesimo elitario. Per lui anzitutto è importante essere presenti nel mondo e poi pensare alla sua trasformazione». In don Giussani, aggiunge l’ex presidente della Camera, «la militanza è anzitutto testimonianza, basata sui comportamenti, non sulle prediche». Ancora, il richiamo al Mistero «non è una scappatoia giustificatrice davanti alla vita, una fuga per chi si impaurisce davanti alle difficoltà dell’esistenza». E il libro di Savorana non è agiografia, racconto idealizzato, ma una storia che si basa su documenti e fatti, conclude Violante: «In una pagina del libro, il fondatore di Cl sembra temere una fioritura senza radici. Ma vedendovi qui stasera io dico che le radici ci sono».

«Nella mia vita non mi è mai accaduto di leggere un libro di oltre mille pagine sentendomi così coinvolto, sostenuto, arricchito». Monsignor Danilo Serena, già vicario generale della diocesi, ha dedicato tutto il mese di gennaio a Vita di don Giussani. E dice che per lui «è stato come partecipare agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio». «Giussani ti costringe a pensare. Per lui le ragioni della fede sono quelle della vita vissuta». Anche in Serena, come in Violante, riaffiorano continuamente frasi, spunti, provocazioni del sacerdote lombardo. Segno di lettura attenta, meditata. «O la vostra presenza parla di un Altro o non siete al vostro posto», cita. Ma è un citare che è al tempo stesso riannunciare: «La gioia più grande è quella di cominciare». Non male, detto da uno che si qualifica come «il più anziano in questa sala».

Colpisce anche la schiettezza del direttore de Il Mattino di Padova, Antonio Ramenghi, che legge la biografia a partire dalla sua amicizia con don Giuseppe Dossetti: «Sapevo dell’incontro tra i due, ma è stato un colpo basso vedere la loro foto con il cardinale Biffi. Raramente ho visto don Giuseppe così sorridente». Il volume, aggiunge, attraverso la figura di don Giussani ci consente di ripercorrere la storia del nostro Paese e della Chiesa italiana. «Io non stavo dalla parte ciellina, anche se ne ho conosciuti tanti che stimo». E maggior peso e oggettività assume per questo l’osservazione successiva: «Leggendo il libro ho capito che man mano a don Giussani succedevano cose che non aveva davvero pensato di fare. Anche fondare Cl, da quanto capisco». E non risparmia critiche alla poca fedeltà di alcuni ciellini al loro padre. Ma è il contesto che fa la differenza: «A me ha colpito una cosa di don Giussani. Lui testimoniava la sua fede, la trasmetteva ma poi lasciava anche la gente molto libera. Così credo sia stato per Cl».

Tre contributi, per così dire, dall’esterno. Da persone che non hanno conosciuto don Giussani e che non hanno incrociato, se non tangenzialmente, la sua storia. Ma che forse, proprio per questo, sanno offrire cenni di una freschezza sorprendente. Capita così quando il cristianesimo, spiega Savorana, «non è una teoria, ma la consegna di una vita a delle vite». E quando la fede si impara non sui libri, ma sorprendendo l’irrompere di un imprevisto nelle circostanze di tutti i giorni. Lo stesso imprevisto per cui lui, che per una forma di discrezione, se non addirittura di pudore, si era ripromesso di non scrivere in futuro di quell’uomo con cui aveva condiviso vent’anni di amicizia e di lavoro, si è visto richiedere di scrivere la sua biografia. «Sei anni di lavoro, chissà che fatica», gli chiedono. Ma no, risponde. Sorprendere Giussani che dice “tu” a Cristo nelle circostanze della sua vita, nei giudizi dei professori del Seminario, nelle foto inedite recuperate dagli archivi, nelle testimonianze di suoi alunni divenuti famosi o degli infermieri che lo hanno seguito negli ultimi anni, non è una fatica. Rende più leggero il cuore.

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