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MODENA

Se la lezione bussa alla mia porta

di Alessandro Giuntini

01/06/2016 - «Lo studio diventa conoscenza quando diventa cambiamento». Questo il cuore del convengo organizzato da un gruppo di liceali di Gs. Un dialogo con compagni e professori per riscoprire che la scuola non è l'accumulo di informazioni

«Ma sì, dai. Ci fermiamo all'apericena e poi ce ne andiamo». Rispondono così, Fabiana e Carolina, all'invito di Maria Sara, loro compagna, a un momento di confronto sullo studio, preparato con alcuni amici. Alla fine, però, le due ragazze si fermeranno fino all'ultimo secondo della serata. Perché?

È solo uno dei tanti fatti accaduti intorno al convegno "Certe cose bussano. Quando lo studio diventa conoscenza", organizzato da alcuni ragazzi di Gioventù Studentesca di Modena il 14 maggio. «Tutto è nato da una testimonianza che ci ha fatto, ad aprile, uno studente universitario, Paolo», dice Maria Sara, quinto anno al liceo linguistico Selmi. Durante l'incontro i ragazzi rimangono colpiti da una frase che Paolo si è sentito dire una volta da un suo professore: «Per approcciarsi alla realtà ci sono due modi: conoscerla o incasellarla». Alcuni giessini modenesi rimangono spiazzati da questa affermazione, che diventa poco a poco una questione urgente toccando ciò che coinvolge di più la loro vita: lo studio. E si trasforma in una domanda: ma quando studiare diventa vera conoscenza?

In un periodo dell'anno come questo, vicino alla fine delle lezioni, non è scontato che degli studenti si pongano questo problema. «Spesso a maggio l'unico modo di stare a scuola è mettere in testa quante più nozioni possibili da tirare fuori nel momento dell'interrogazione o della verifica, dimenticandole il giorno dopo», dice Emanuele, quinta scientifico al Tassoni. La sfida diventa, allora, per Emanuele, Maria Sara e i loro compagni di Gs, capire quando e come lo studio possa non essere semplice accumulo di informazioni. E viene fuori che per molti questo si è già verificato nell'incontro con un professore che ha rivoluzionato il loro modo di studiare. Nasce così l'idea di organizzare un convegno, un momento di dialogo tra studenti e professori per capire e andare più a fondo nella questione.

Il 14 maggio il chiostro di San Pietro a Modena si riempie di sessanta persone, tra ragazzi e insegnanti. La struttura dell'incontro è semplice: interverranno tre professori insieme ai tre studenti che li hanno invitati. Tra questi, Emanuele e Maria Sara. È proprio lei a rompere il ghiaccio quando inizia a raccontare del suo difficile rapporto con il Tedesco, e di come, però, a un certo punto, è cambiato con l'arrivo della nuova insegnante: «A inizio anno la prof ci ha dato da fare un'analisi su Effi Briest, un testo di Theodor Fontane, molto descrittivo, statico e noioso», continua Maria Sara. «Lavorarci mi ha fatto scoprire molti aspetti interessanti che mi hanno stupita, tanto che la sera, a cena, ne ho letto un pezzo ai miei genitori». E a rimanere stupita è anche la professoressa, quando, al ricevimento con la mamma di Maria Sara, viene a sapere dell'episodio. «Altro esempio di come lo studio del tedesco è diventato conoscenza è stato quando la prof ci ha fatto vedere un pezzo teatrale di Bertolt Brecht, Vita di Galileo, con il compito di analizzarlo a casa, magari dando anche un'interpretazione personale della figura del vecchio urlante». Maria Sara si guarda il video quattro volte di fila: «Ho cercato di verificare la mia ipotesi, cioè che il vecchio rappresentasse la Terra». Ma al momento della consegna del compito la prof annuncia che non ritirerà i lavori. Maria Sara, però, chiede di poterglielo dare lo stesso: «Avevo scoperto una cosa bella e volevo condividerla con lei». Quando tocca a Elisabetta parlare, racconta di come sia rimasta colpita da «una classe che sta finendo il programma da sola, approfondendo gli argomenti», e di come lei stessa abbia deciso di insegnare grazie all'incontro con la sua prof di Francese delle medie.

Emanuele, invece, ha invitato la propria insegnante di Lettere, colpito dalla proposta di un autore che di solito non si affronta molto a scuola: Pier Paolo Pasolini. «All'inizio ero sorpreso dall'interesse, non solo letterario, della prof per Pasolini: ma umano. Un interesse che le faceva ricordare i più piccoli dettagli, persino le date precise». Ma lo studio dell'autore sembra presto rimanere lì, «come una cosa che percepisci bella, ma che poi non ti tocca», continua Emanuele. «Poi, una sera, mentre ero insieme a degli amici, però, Pasolini ha "bussato alla mia porta". Mi sono reso conto che mi stava accadendo ciò di cui parlava lo scrittore: nel fare ciò che facevano tutti, cioè passare un anonimo sabato sera, non ero felice». Da quel momento Emanuele si appassiona ancora di più a Pasolini e scopre di avere vicino la propria prof in questa passione: «Sembrava paradossale scoprirla come "compagna" in un interesse. Quello che ho imparato su di me, è che lo studio diventa conoscenza quando diventa cambiamento».

I dialoghi e gli incontri sono proseguiti anche nei giorni successivi. Per esempio, «al congresso sono venute tre ragazze, amiche della figlia di una mia collega», dice Cristina Rossi, responsabile di Gs a Modena. «Parlando con loro e chiedendo da cosa erano state colpite, le tre hanno raccontato lo stupore per la testimonianza di Marta, una ragazza che era intervenuta spiegando come avesse scoperto che lo studio di Leopardi c'entrava con gli attentati di Parigi». Il dialogo continua, e «salta fuori che le tre avevano creato, da qualche settimana, un gruppo whatsapp dedicato solo al "perché si studia" e che erano meravigliate di come non solo la loro domanda era vera, ma che se ne potesse parlare a un convegno. Ma non solo. Tanti ragazzi sono rimasti colpiti da come durante quelle ore siano "cadute le barriere" tra insegnanti e alunni». Continua Cristina, «quel giorno era presente anche un mio collega che di recente ha perso la moglie ed è rimasto solo con due figli gravemente malati. È venuto lì con entrambi, ed è rimasto contentissimo dicendomi che aveva bisogno di una bellezza così. Il giorno dopo, incontrandolo mi ha detto: "Tu non ha idea di cosa vuol dire in termini di speranza vedere dentro la scuola una cosa così"».

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