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«Qui c'è quella novità che tutti aspettano»

di Niccolò De Carolis

06/06/2013 - Vengono da Washington, New York, Chicago, Miami e tante altre città americane. Sono un centinaio i ragazzi riuniti a Estes Park, sulle Rocky Mountains per la vacanza del Clu. Cosa li accomuna? Lo stupore per un incontro che ha cambiato la loro vita

«Ragazzi, io non ho la minima idea di cosa voglia dire essere del Clu, sono venuto fino a qui perché voglio stare con voi». Mangiando in uno dei tanti fast food di un aeroporto costruito nel bel mezzo del nulla, David rompe il silenzio e l’aria di stanchezza dovuta alle quasi cinque ore di volo. Il tempo che ci vuole da Boston per raggiungere Denver, in Colorado. Insieme a noi ci sono anche Laura e Andrea, con loro sto condividendo la mia avventura americana, iniziata a gennaio per scrivere la tesi di laurea. Sappiamo che un certo Joe Redondo ci verrà a prendere con un Van per portarci a Estes Park sulle Rocky Mountains, sappiamo che ci saranno più di cento ragazzi da tutti gli States, sappiamo poco altro.

David ha incontrato il movimento neanche un anno fa, nato nelle Filippine si è trasferito da piccolo con la mamma negli USA e, come racconta sempre a tutti, è cresciuto seguendo la regola principale della società americana, concepirsi da solo. Liceo, basket, amici, ma tutto fino a una certa soglia, al di là della quale non si è mai inoltrato con nessuno. Ora invece… Basta dire che questo in Colorado è il viaggio più lungo della sua vita dopo quello dalla sua città natale.

Da una pianura che sembra sconfinata, con un’ora di macchina, ci si trova in mezzo a boschi e montagne. Un paesaggio che mi ricorda tanto la bellezza delle nostre Alpi ma tutto è più grande e ampio. Le valli, i laghi e le cime. Pensi che non sembrino alte, forse per la loro cima arrotondata. Solo un’impressione, perché il cartello sulla facciata dell’albergo segna 8.000 piedi, circa 2.500 m.

La prima serata è dedicata alle presentazioni. Al ritmo di Oh when the saints si alzano una alla volta tutte le comunità. Washington, New York, Chicago, Miami, Houston, California, ma anche North Dakota, Minnesota, Kansas e tante altre. Alcuni sono da soli nella propria città, come Marcus da San Diego. Altri sono nella stessa situazione di David, all’inizio di una storia.

«In che modo hai visto crescere la tua vita nel cammino proposto quest’anno?». Per prepararsi alla vacanza don Pietro Rossotti aveva chiesto a tutti di rispondere a questa domanda inviando un proprio contributo. Il prete missionario apre la lezione introduttiva con una questione posta da un ragazzo in una lettera: «Vedo che la mia debolezza sta nel seguire. Perché dopo tutto quello che Gesù ha fatto nella mia vita continua a esserci questa forte resistenza a dargli spazio?». «Il dualismo per cui la nostra fede va da una parte e la vita dall'altra inizia quando mettiamo qualcosa in mezzo tra noi e l'incontro fatto, allontanandolo», commenta don Pietro, «abbiamo paura di aderire, rimaniamo alla porta e continuiamo a lamentarci. Ma cosa aspettiamo a rischiare tutta la nostra umanità nella cosa più vera che abbiamo incontrato?».

Gite in montagna, pranzi e cene, giochi all'aperto e testimonianze. Questo rischiarsi, piano piano, è iniziato a diventare qualcosa di cui non posso fare a meno. Grazie alla realtà, che mi viene incontro come una continua proposta e riesce a prendermi con sé ogni volta, di nuovo, da capo.

Tra i tanti volti che ho incontrato ce n'era uno che mi aveva incuriosito da subito. Testa rasata e sguardo duro per un metro e novanta di muscoli. Qui in America ne ho visti tanti così ma rimango colpito quando, durante la messa, lo vedo inginocchiarsi più volte per pregare. Il più grosso di tutti che vuole essere il più piccolo. La sera stessa mi ritrovo per caso al tavolo con lui, con me c'è anche David. Si chiama Justin e viene da Pittsburgh, in Pennsylvania. Al liceo aveva un compagno di classe italiano che era di Cl, ma lui la Chiesa e la religione le aveva sempre detestate. Un giorno di fronte all'invito a partecipare a una vacanza di Gs barcolla: «La verità è che non ero per niente felice. Anzi, odiavo me stesso e anche la mia vita. Non avevo niente da perdere e sono andato. L'incontro con alcune persone, come Chris Basic, ha cambiato la mia vita. Mi sono detto: "Io voglio per me quello che queste persone vivono". E non mi sono più staccato. La cosa che non riuscivo a spiegarmi era come queste persone potessero conoscermi così bene anche se non ci avevo mai parlato». «Anche per me è la stessa cosa», esclama quasi incredulo David: «Oggi ad ogni lettera che don Pietro leggeva rimanevo senza parole: ma davvero non sono l'unico a pormi certe domande? E anche qui adesso al tavolo: dopo cinque minuti siamo già a parlare delle nostre vite. È strano! Com’è possibile?».

Si potrebbe dire che in fondo sono soltanto un centinaio di ragazzi, un puntino insignificante in una nazione gigantesca. Che differenza possono fare? Eppure in questo loro stupore c’è una grandezza neanche paragonabile a qualsiasi questione numerica. C’è quella novità che tutti aspettano.

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