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LETTERA DALLA COLOMBIA Il taxista e la sete

22/04/2010 - Il racconto di un'insegnante a Bogotà. I tanti impegni e la stanchezza, poi una notizia alla radio e lo stupore della gente alla mostra sulle Reducciones. Nasce una commozione che «chiedo di non dimenticare»

Giovedì, quattro del pomeriggio. Nel mezzo di una settimana davvero intensa e stancante, per la terza volta, uscita dal lavoro, che già mi chiede corpo e anima, corro all’Università Javeriana, dove stiamo esponendo la mostra di padre Aldo Trento sulle Reducciones del Paraguay.
In questo periodo ho lavorato tanto: la scuola, la presentazione dell’incontro con padre Aldo, l’allestimento... Insomma, sveglia alle 4.40 del mattino e a letto non prima di mezzanotte.
Sono stanca e in fondo conservo anche un po’ di “dissapore” per un certo disinteresse di altri amici a tutto questo da farsi. Anche se aver avuto un giorno qui con noi padre Aldo ha fatto la differenza: mi sono commossa più di una volta, ascoltandolo.
Ma il fatto è che nemmeno commuoversi basta. Dopo un secondo uno ritorna alla propria triste “misura” della realtà e di tutto. Di sé, innanzitutto.
Entro in taxi con Marta, un’amica, anche lei italiana. La radio dà una notizia... Non ricordo bene tutto, ma si parla di un caso di pedofilia in cui è coinvolto un sacerdote, e del “silenzio” della Chiesa... Siamo alle solite: scandalo!
Il taxista dice che lui ama Dio e la Vergine, che crede in loro, ma che non ha bisogno di nessun intermediario, tanto meno di gente così. Così sporca, così immonda. Ed anche il Papa non gli piace per niente: «Come fa a dire che l’Inquisizione è stata una cosa buona per quel periodo storico?...». Io mi permetto di dire che forse è una parte di discorso estrapolata da un contesto più ampio e che forse hanno proprio fatto apposta a riferire solo quella parte. Gli dico che questo Papa è un uomo molto intelligente e che non direbbe una cosa così superficiale. Ma mi accorgo che non so nemmeno di quale discorso si tratti e penso: «Devo leggere di più, sapere cosa accade...».
Lui continua dicendo che la Chiesa Romana è una porcheria, che questi preti pedofili sono terribili, è qualcosa di impensabile, che, che, che... Insomma tutto l’attacco di ora e di sempre. Alla fine dice che anche i preti dovrebbero poter avere rapporti sessuali, così si sfogano e non fanno cose così raccapriccianti. Allora io dico: «Mi spiace davvero per lei, ma io ho avuto e ho la grazia di incontrare altri preti, e soprattutto di incontrare Cristo attraverso un’amicizia assolutamente bella. Non perfetta, ma assolutamente bella per me».
Stiamo arrivando alla Javeriana e lui incalza, curioso: «Ma, risponda con sincerità, secondo lei uno si salva con le messe? Se è così, io da domani faccio dire una messa al giorno per me!». Io dico: «Che ne so io... Credo di no, credo che le messe contino, ma uno può salvarsi anche nell’istante dell’ultimo respiro, come dice Dante, solo chiedendo nell’ultimo istante della vita la misericordia di Dio, ed è questo il bello della vicenda».
Stiamo già pagando la tariffa e lui: «Sa, la ringrazio per questo dialogo, e peccato non poterlo continuare, lei è una persona che sa molto (io?) e in più è proprio una fortuna grande quella che mi ha detto: aver incontrato gente così, preti così!». «Sa cosa le dico?», rispondo: «È stato un dialogo bello anche per me e lo continueremo qua, magari rincontro proprio lei in taxi, o in Paradiso. Ma le prometto che ci rincontreremo». Mi saluta sorridente.
Arrivo alla mostra, dove il giorno prima sono passate nel mio turno due ragazze che sono andate via assolutamente convinte di ciò in cui già credevano: «Spagnoli ed europei sono venuti qua da noi, hanno rubato, violentato, ci hanno portato il cristianesimo e ci hanno tolto la nostra identità, poi grazie a Dio se ne sono andati», mi dicono. «Ma allora non avete ascoltato ciò che si racconta in questa mostra?», replico. E loro: «Sì, sì. Appunto!». «Ah. Spiegazione efficace la mia...», penso triste.
Ma quel giovedì pomeriggio succede il finimondo. Innanzitutto mi chiama il vicerettore dell’Università e mi chiede di poter tenere la mostra per un’altra settimana, visto il successo ottenuto.
Ma la cosa incredibile è che durante la visita, e alla fine, rimanevano tutti lì stupiti, grati, contenti di avere una speranza per la loro vita. Un ragazzo mi dice: «Ma lei mi sta dicendo che tutto quello che i gesuiti hanno fatto allora, tutta questa bellezza... Insomma, mi sta dicendo che oggi stesso esiste tutto questo in più parti del mondo e anche qua?». «Sì, certo, in Brasile, Paraguay, Africa, Italia, Russia e Colombia... i due collegi in cui stiamo lavorando e in 70 Paesi del mondo». Non mi mollava più con le sue domande incalzanti e lo stupore crescente nel volto, ma io dovevo iniziare un’altra visita guidata e l’ho salutato, invitandolo a ritornare quando voleva con i suoi amici e la sua famiglia. Lui rimane lì davanti all’ultimo pannello e guarda e guarda, guarda… Io inizio la mia nuova guida.
A un certo punto, lo vedo andare via un attimo e poi ritornare con una bottiglia d’acqua per me. Per me! Durante la visita, gli avevo sintetizzato che l’incontro tra gesuiti e popolo guaranì era stato come l’incontro tra un uomo assetato e un altro che arriva da molto lontano e gli porta proprio quell’acqua di cui ha bisogno. Lui mi dice: «Come mi ha detto lei prima, ecco l’acqua per gli assetati», e se ne va. Io quasi piango, ma continuo a spiegare e quei nuovi volti lì davanti, ugualmente stupiti e che alla fine mi chiedono di Cl, di come possono sottoscrivere un abbonamento alla rivista Huellas, dov’è la nostra sede, e soprattutto quando ci vediamo... Li invitiamo a Scuola di comunità.
Esco stanchissima, alle sette di sera. Chiedo di poter non dimenticare questo. Però devo chiederlo proprio, non basta più solo la commozione.
Per questo mi sono permessa di scrivere: verba volant, scripta manent.

Chiara, Bogotà

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