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POLEMICHE

Non “fabbrichiamo” i giovani

di Alessandra Stoppa

02/02/2012 - Bamboccioni, genitori "troppo" protettivi, istruzione... Giorgio Israel interviene nel dibattito sulla "questione giovanile". Che «è viziato» da un'idea di educazione tecnicistica. «Così si "chiacchiera" sui ragazzi, ma intanto li si ostacola...»

Basta andare alle riunioni scolastiche. «Lì lo vedi. Per molte, troppe famiglie, la prima preoccupazione è che il figlio deve stare tranquillo. Non si deve stancare, non deve avere troppi compiti, e se ha deciso di fare tennis deve fare quello… E via dicendo. È una cosa drammatica». Giorgio Israel, docente di Matematica alla Sapienza di Roma, interviene per tracce.it nello sfaccettato dibattito di questi giorni sui giovani. È scaturito dalle polemiche sul valore legale della laurea, i bamboccioni, l’epiteto ministeriale di «sfigati» per i fuoricorso, la disoccupazione... In sostanza, dalla “questione giovanile”. Come la chiama Antonio Polito sul Corriere, che punta la lente su un «malinteso senso di protezione» dei genitori sui figli, capace solo di renderli più deboli.
«È un dibattito che può facilmente scadere nei luoghi comuni», dice Israel: «Se non si coglie il punto centrale, non serve a nulla».

E qual è il punto centrale?
Il nodo è come si concepisce l’educazione, in particolare l’istruzione. Quello che vedo avanzare è un’idea assurda e pericolosa: che la formazione dei giovani deve essere sempre più finalizzata alla produttività. Al tecnicismo. Ecco, innanzitutto bisogna dire che il dibattito è viziato da questo: dal diffondersi di un atteggiamento economicista, tecnocratico, praticistico.

Dove lo vede?
Innanzitutto nelle proposte che vorrebbero un’osmosi tra l’istruzione e il mondo dell’impresa, secondo cui l’azienda deve entrare nella scuola e la scuola nell’azienda. Si parla di eliminare la tripartizione: formazione-lavoro-pensione. Invece è un errore: mi spiace, ma la scuola deve formare culturalmente e in modo totale. Dove andiamo a finire se la scuola non trasmette più valori, ma diventa un luogo di formazione aziendale? Allora davvero si “chiacchiera” sui giovani, ma intanto li si ostacola. Perché viene meno l’idealità.

In che senso?
Ho un’amica che lavora nel settore della formazione aziendale ed è sconcertata, perché vede sempre più ragazzi che non sanno che cosa vogliono. Dicono: «Per un po’ faccio questo, poi eventualmente faccio quest’altro…». Non c’è un orizzonte. Tutto si sfilaccia se non c’è una formazione culturale. Siamo un Paese con una cultura millenaria, e che cosa facciamo? La riduciamo a un problema di formazione aziendale. Capisco bene l’importanza del legame con il mondo dell’impresa, soprattutto per gli istituti tecnico-professionali, ma anche un elettricista o un ingegnere devono avere un’educazione culturale. Sembra che invece si tratti di una perdita di tempo, perché ci deve essere solo il circuito elettrico o le competenze che servono al mondo del lavoro. Anche nella formazione scientifica, tutto tende a essere funzionale alla tecnica, perché la Scienza di base sembra ciarpame. La Matematica in termini generali sembra inutile, bisogna andare alle questioni operative!

Ma questo problema riguarda solo il “sistema-istruzione”?
No. Blateriamo che i giovani sono fragili, sbandati, ma siamo noi a preparare tutto questo. È l’irresponsabilità del mondo adulto, certo anche dei genitori: chi trasmette ai ragazzi il valore delle cose, chi ha il problema di educarli a costruirsi una finalità nella vita? Intendo con finalità qualcosa per cui uno impegna la propria esistenza. Senza questo “fabbrichiamo” i giovani così come li vogliamo. Ma è un disastro. La proposta, per esempio, dell’Agenzia delle Entrate di considerare nei parametri di spesa anche l’istruzione dei figli è significativa di dove vogliamo andare.

È come equipararla a qualsiasi altra spesa.
È assurdo. I miei genitori non erano per niente benestanti, ma si sono svenati per farmi studiare musica, che costa molto. Io devo avere paura di essere “considerato ricco” perché decido di far studiare francese e musica a mio figlio? Come se mi comprassi una barca? Questo dice di com’è concepita la trasmissione di cultura e valori.

Polito parla di un “protezionismo” dei genitori sui figli che «spiana la strada al nulla». E dice che si tratta di «un fenomeno culturale e sempre più di un carattere nazionale». Cosa ne pensa?
Non è un problema nazionale, ma europeo. Forse internazionale, ma di certo europeo. Non facciamo il solito errore di credere che in Italia abbiamo problemi che altri non hanno. Basta guardare i ragazzi spagnoli o francesi che vengono qui in Erasmus: sono esattamente come i nostri. Ma questa debolezza della formazione è legata ad una costruzione europea che è appoggiata “sul vuoto”. Viene dall’errore drammatico di un’Europa costruita sull’economia e sulla moneta. Non era facile procedere diversamente tra Paesi così diversi, ma l’unione economica doveva essere solo il primo passo, poi si sarebbe dovuto metter mano subito ad un’unificazione culturale.

Concretamente?
Un’unione basata sull’idea che io devo riappropriarmi della cultura dell’altro, vivendola come cultura mia: il che vuol dire studiarla, apprezzarla, amarla. Ma non ci siamo mossi in questa direzione. E ora c’è molta più divisione di prima. O c’è una ripresa in questo senso o andiamo sempre peggio. Un problema tutto italiano è invece quello della formazione degli insegnanti. Nella mole di dibattiti e sortite un po’ irresponsabili - come quella sul valore legale del titolo di studio - il Ministero dell’Istruzione ha riaperto le graduatorie per la scuola: di fatto ha dato la stura alla creazione di nuovo precariato, senza avviare il processo di formazione dei docenti che è fermo ormai da tre anni. Anzi, questo bisogna dirlo, se non viene avviato entro un mese, sarà fermo un altro anno ancora e si andrà così a quattro anni e più di blocco. Un Governo che dice di voler aprire le porte ai giovani, ma non coglie il problema dell’istruzione e della formazione, non cambia nulla.

Ma che cosa vede di preoccupante nella formazione degli insegnanti, dietro ai problemi di graduatorie e abilitazioni?
L’idea che si sta diffondendo dell’auto-formazione. Per rispondere a questa crisi educativa servono maestri. Lo stesso don Giussani lo dice sempre, e chiaramente. Invece qui si cerca di rendere l’insegnante un “facilitatore”: qualcuno che aiuti il processo di auto-apprendimento, che faciliti il ragazzo nel costruirsi in modo assolutamente autonomo la propria formazione. Ma questa è un’ideologia costruttivista, che viene da lontano, dal pedagogismo anglosassone. E questa ideologia abbandona i giovani a se stessi. Mentre è un’educazione tradizionale l’unica che fornisce al giovane gli strumenti per rinnovare il mondo.

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