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Oltre la favola, la realtà dello Zambia

di Emmanuele Michela

14/02/2012 - Vent'anni fa un aereo precipitava in mare portando con sè la nazionale africana. Oggi una squadra di giovani (e sconosciute) leve trionfa nel Continente Nero, di fronte a blasonati campioni...

Non è bello parlare di favole nel calcio. Tanto meno usare di questa parola, "favola", per celebrare questa clamorosa vittoria dello Zambia in Coppa Africa in Gabon. Le favole, per loro natura, raccontano di cose che non esistono, mentre qui qualcosa di imprevedibile ha rotto la routine della normalità, e da straordinario quale poteva essere è diventato reale.
L'altra sera, appunto, lo Zambia si è aggiudicato il primo trofeo continentale della sua storia. Erano arrivati solo due volte in finale nelle precedenti edizioni, ma non avevano mai vinto. E mai una volta si erano qualificati per i Mondiali. Di fronte a loro, i ben più quotati campioni della Costa d'Avorio: gente come Drogba, Touré, Gervinho... nomi che brillano nei top club della Premier League. Strano pensare che la gran parte dei giocatori della squadra vincente siano invece tesserati per club africani, e che i pochi che militano invece in Europa giocano in campionati decisamente minori. Eppure questa differenza pare non si sia proprio percepita. Anzi, a dirla tutta, a tradire la Costa d'Avorio sono stati proprio i suoi top player. In primis Didier Drogba, che ha avuto sul suo piede la palla per risolvere una finale immobilizzata sullo 0-0, ma ha calciato alto il rigore che al 70' l'arbitro aveva concesso agli "Elefanti". Poi Gervinho: la stella dell'Arsenal ha fallito anche lui dal dischetto il penalty decisivo, consegnando ai Chipolopolo (curioso soprannome) la palla della vittoria. Ma sarebbe ingiusto parlare solo di chi ha sbagliato, e non guardare invece a chi ha vinto. Ha vinto una squadra decisamente umile, che non ha fatto del bel gioco la sua cifra specifica, ma che è parsa scendere in campo decisamente più motivata. «Non siamo i migliori, l'ho sempre detto», sono state le parole del ct Renard: «Ma avevamo una spinta in più, una motivazione fortissima. Ed è stato questo a fare la differenza».

E c'è un perché dietro questa motivazione. Nel 1993, proprio al largo di Libreville (capitale del Gabon in cui ieri si è disputata la finale) si inabissava un aereo che trasportava la squadra e lo staff della nazionale dello Zambia, diretta in Senegal per un match di qualificazione mondiale. Morirono 18 calciatori, 7 funzionari della federazione e 5 dello staff. Fu la Superga del calcio africano. Una tragedia che tagliò le gambe ad una generazione calcistica promettente. Di quella squadra, ci fu solo un sopravvissuto: era la stella del PSV Eindhoven Kalusha Bwalya. Non era sull'aereo, perché avrebbe dovuto raggiungere la squadra direttamente dall'Europa. Ora è il presidente della Federazione, e sicuramente avrà gioito, pensando a questa strana coincidenza: proprio qua dove i suoi compagni morivano, ora i suoi ragazzi trionfano. E, 19 anni dopo, Libreville, da città del dolore, si è fatta città della rivincita, della speranza.

Guardi le facce di questi ragazzi, e ti accorgi che non hanno nulla di speciale. Sembrano tanti ragazzi africani che incroci qua in Italia, magari a scuola, sul tram, per strada. Ti immagini quello che stanno pensando: gli sembrerà di sognare ad occhi aperti, e spereranno magari di avere la possibilità di venire in Europa a giocare per qualche club, o di partecipare ai prossimi Mondiali, fare carriera... In fin dei conti, come tutti, sognano di essere felici. Ma quello che è successo ieri sera non è un sogno, è tutto vero. Nel calcio, come nella vita, non esistono le favole, ma solo una realtà straordinariamente ricca di sorprese.

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