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«L'universo senza Dio di Hawking? È solo un'opinione»

di Paolo Perego

03/09/2010 - L'astrofisico Massimo Robberto risponde alle teorie del collega Stephen Hawking, per cui «per fare l'Universo non c'è bisogno di un creatore»

L’Universo ha avuto bisogno di un creatore? No. Parola di Stephen Hawking, astrofisico di fama mondiale, costretto sulla sedia a rotelle da una malattia muscolare che gli atrofizza i muscoli giorno dopo giorno. Un no secco, incontrovertibile, contenuto nel suo ultimo libro di cui il Times, giovedì 2 settembre, ha pubblicato in anteprima esclusiva un ampio stralcio. «C’è una legge che si chiama gravità» che porterebbe alla formazione continua dell’universo che «può e continuerà a crearsi da sé, dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui qualcosa esiste piuttosto che il nulla, per cui l’universo esiste, e noi stessi esistiamo».
«Non è niente di nuovo», spiega Massimo Robberto, astrofisico dello Space Telescope Science Institute di Baltimora. Un posto dove attraverso dei telescopi come Hubble, si studia proprio l’origine dell’universo. «Sta emergendo negli ultimi tempi, soprattutto nel campo di una certa fisica teorica che va aldilà di ciò che è testabile in laboratorio, un filone di studi che porta alla concezione dei “multiversi”, cioè che esistono una molteplicità infinita di universi. E noi vivremmo in una di queste realtà, con le sue leggi e le sue costanti, ma pur sempre una bolla delle infinite possibili che si creano. Questo farebbe fuori il problema della creazione».

Teorie scientifiche serie?
Per noi che siamo degli sperimentali dell’astrofisica sono delle curiosità, magari ne parli durante il caffè. Ma poi non hanno impatto sulla ricerca che facciamo. E poi tornare a parlare di infinitezza è contro le ormai assodate scoperte della fisica. Con Hubble, il progetto a cui lavoro, abbiamo fermato l’immagine più profonda dell’universo che sia mai stata fatta. Un francobollo rispetto al cielo. Se noi prendiamo le 10.000 galassie di questo francobollo e le moltiplichiamo fino a riempire il cielo troviamo che possiamo contare 400 miliardi di galassie. Fino al limite dove le galassie non si vedono più perché non hanno avuto tempo di formarsi. Non sono infinite. Lo spazio intorno a noi si rivela sempre di più con un punto di nascita nel tempo e con un numero finito di corpi al suo interno. Quindi il senso della finitezza in astrofisica ormai è chiaro ed evidente.

E come ha reagito a leggere di Hawking?
La mia prima reazione è stata: «Ci risiamo». Ci sono dei fisici, Hawking è uno dei campioni ma non l’unico, che spingendosi su questi terreni fanno cattiva fisica, perché dicono cose non testabili. Ma al contempo cattiva metafisica, cattiva filosofia. Contro la ragione. Perché che l’“essere” scaturisca da se stesso, o dal nulla... Ma il nulla come può produrre qualcosa? Questo produce nell’opinione pubblica l’immagine di una scienza radicale, scientista. Ed è un male per la scienza stessa. Basta vedere i commenti sui blog riferiti alla notizia. Tantissimi sono di critica. Suscita una reazione negativa perché l’uomo nella sua semplicità sente questo come non corrispondente. Certo, esistono culture e passati differenti. Ma la domanda di senso, soprattutto di fronte alla natura, ce l’hanno tutti. Il disamore per la scienza, lo scetticismo nasce da queste cose.

L’accusa che tanti hanno mosso a Hawking è che la ponga come una teoria incontrovertibile e universale: in fondo l’uomo non ha bisogno solo di una teoria che spieghi come è nato il mondo ma cerca anche il suo significato.
Puoi tenere in considerazione innumerevoli fattori, ma ce ne sarà sempre uno, il fattore x, che non puoi inquadrare. E il concetto del limite estremo, di Dio è a questo livello. Come lo concepisci è legato a quanto sei portato a contare gli innumerevoli fattori. Se sei un troglodita il fattore x è il vulcano, se sei egiziano è il sole, se sei un greco sarà un concetto filosofico... Una realtà più grande. Nella nostra evoluzione lo abbiamo sempre di più spostato, più in là. Hawking, invece, lo secca. E a un livello piuttosto rozzo. Proprio perché non contempla neppure la questione del significato, del logos. Ma le leggi della fisica, l’ordine, la ragione... Per l’uomo evoluto Dio è qualcosa di più del primo motore, del creatore dell’universo. Lui lo fa diventare una macchietta da età del bronzo.

Cosa risponderebbe a Hawking?
Che quello che afferma non è provabile. E non essendo provabile, misurabile e negabile non appartiene alla fisica. È una affermazione che deriva da una visione, un atteggiamento culturale, una storia personale. Ma il fatto che venga detta da un fisico le dà una autorità che non ha. Cose di questo tipo sono speculazioni, idee. Non fanno parte dell’ambito scientifico. Il Physical Journal non pubblicherà mai una cosa del genere. Non è provabile, non è negabile. Non è nulla. Una rispettabile opinione. Nulla più.

Dunque non si fa scienza se si fa fuori il Mistero...
Da scienziato e da cattolico rispondo con una frase di san Paolo negli Atti degli Apostoli: «Dio ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché gli uomini Lo cercassero, se mai arrivino a trovarLo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi». Tutta la realtà ci è data come se il Mistero continuamente ci dicesse: «Guardami. Sono qui». E tu ti guardi attorno, e non lo vedi. Ma senti questo richiamo. Non si svela. Perché si sveli occorre l’incontro con un Uomo. Io non so se la fisica possa dimostrare o meno l’esistenza del Mistero. Ma la realtà ha dentro un richiamo oggettivo per chiunque. Noi lo cerchiamo, non è lontano, ma non è dato scoprirlo: occorre che Qualcuno lo annunci, deve passare da un’altra parte.

Allora un’affermazione come quella di Hawking è antiscientifica. In fondo decide di fermarsi, di smettere di cercare questo Mistero...
Se qualcuno mi dicesse: «Ho capito tutto», sarei triste. Questo modo con cui il Mistero opera nella realtà è un rapporto amoroso verso di noi. Tua moglie la scopri ogni giorno di più. E quando dicessi: «Ho capito tutto di te», sarebbe finita. Il rapporto amoroso è fonte di continua novità. E la realtà segue questa dinamica: sempre fonte di inesauribile provocazione e bellezza. Più scopriamo e più siamo incuriositi. Stabilire la fine di questo porterebbe alla malinconia, alla disperazione. Io faccio questo mestiere proprio perché ho risposto a questo fascino. E tanti come me. Mi incuriosisce Hawking. Ho conosciuto pochi fisici che hanno raggiunto una visione del mondo facendo questo mestiere. Ma in qualche modo per tanti gli studi hanno fatto maturare, motivato, confermato un giudizio che viene prima, un background culturale o un’esperienza personale. Come nel mio caso, ma anche per chi ha opinioni diverse dalle mie. Prendiamo gli scienziati ebrei, che per la maggior parte dopo l’Olocausto hanno smesso di occuparsi di Dio. Ci sono dei “pre” che vanno intuiti nel dialogo con loro, perché la scienza viene letta nella loro esperienza. Alla fine la scienza è un cuore che sta guardando delle equazioni. E per Hawking vale la stessa cosa.

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