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Crescono i rischi, ma la vita a Dabaab continua

14/02/2012 - Da ottobre nel campo profughi si sono infiltrati i fondamentalisti somali di al Shabaab. Dopo che alcuni cooperanti sono stati rapiti, i progetti si sono rallentati, ma il lavoro iniziato non può andare perduto (dal sito di Avsi)

La grande emergenza che ha toccato il Corno d’Africa, vedendo decine di migliaia di Somali scappare e arrivare al campo profughi di Dadaab, in Kenya, sembra non essere più in primo piano; il numero di rifugiati che arrivano al campo è drasticamente diminuito, ma un altro fattore si è insinuato, soprattutto a partire da ottobre 2011: Al Shabab, i miliziani integralisti islamici.

Da ottobre con il rapimento delle due lavoratrici spagnole di MSF e quattro locali kenioti, è scoppiata la nuova emergenza. Da allora il lavoro a Dadaab ha preso tutta un’altra forma, dove ora lo scopo non sembra più quella di soccorrere i disperati arrivati dalla Somalia, ma trovare tutte le misure per prevenire che il personale umanitario, la popolazione locale e gli stessi rifugiati siano vittime degli attacchi terroristici.

Le attività nei campi ci sono, ma bisogna stare molto attenti e seguire un protocollo di sicurezza drasticamente blindato. Vengono comunque garantite tutte le attività strettamente legate alla sopravvivenza delle persone, come la distribuzione di cibo, acqua e cure mediche. Ogni agenzia e ONG ha limitato il numero di personale a Dadaab, e si stanno prendendo ulteriori misure di sicurezza. Nel dramma, si sta cercando di non peggiorare la situazione già delicatissima, a volte, però, lavorare così ci appare quasi frustrante. Però non si possono correre rischi. Questo è chiaro.

Gli attacchi sono continui sia a Dadaab che sul confine con la Somalia, dove i bersagli primari sono i poliziotti e i civili innocenti. Il personale umanitario è sempre sotto pericolo di rapimenti; l’Ambasciata Italiana ha emanato il divieto per gli italiani di andare e risiedere a Dadaab. Altre misure sono state prese dalle altre ambasciate. La situazione non è certo facile e non è bella, dal combattere la fame, si è passati a ben altro ancora meno controllabile.

In tutto questo anche le attività di AVSI hanno dovuto seguire un nuovo corso, rallentando un pochino. I diversi progetti di costruzione di scuole, asili, librerie e formazione di insegnanti, finanziati da vari donatori come UNHCR, UNICEF Cooperazione Italiana e BPRM, che pensavamo di concludere con la fine di dicembre, stanno inevitabilmente subendo dei ritardi. Finchè vige il divieto per tecnici e ingegneri di valutare e monitorare il lavoro direttamente nei campi, è impossibile procedere. Se prima si poteva girare per i campi profughi ogni giorno e quasi senza problemi, ora ogni visita deve essere scortata e non può avvenire più di due volte per settimana. Se poi gli episodi di violenza si inaspriscono ancora di più, può succedere che chiedano di non uscire neppure dagli uffici.

Mentre AVSI stava mettendo a punto, per esempio, la formazione con un nuovo gruppo di 210 insegnanti, in collaborazione con il Centro Educativo Permanente di Kampala e la Mount Kenya University, quasi tutto il lavoro è stato sospeso proprio per problemi di sicurezza. Rimandato a febbraio anche un altro gruppo di 60 insegnati che avrebbe dovuto iniziare un corso sulla capacity building, ovvero sulle proprie capacità. C’è troppa paura.

Mentre una parte del mondo attende, proprio per evitare di creare ulteriori problemi, c’è una vita, a Dadaab, che continua. E tutto questo è inevitabile. I bambini vanno a scuola, ma la tensione è palpabile. Ma nonostante la grande paura per un futuro incerto, tutto il nostro personale qui a Dadaab è sempre positivo e volenteroso. Tutti sono orgogliosi del grande lavoro fatto fino ad ora, tutti insieme, e tutti sanno bene che nulla deve andare perduto.

Victoria Martinengo, AVSI a Dadaab, Kenya

(da www.avsi.org)

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