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«Quel ragazzo in chiesa con la bomba»

di Luca Fiore

30/04/2012 - I cristiani di Nigeria e Kenya sotto attacco estremista. Le messe "scortate" dalla polizia, la vendetta per le operazioni in Somalia e la scelta di chi rimane. Due missionari, a Nairobi e a Jalingo, raccontano questi giorni di violenza

«Era un ragazzo, molto giovane. Sui vent’anni. Dicono sia arrivato alla God House of Miracle Church, una chiesa protestante nel quartiere di Ngara, verso le 7.30. Aveva un pullover. Poi è uscito ed è tornato vestendo una giacca e si è seduto nei posti davanti. I protestanti quando pregano chiudono gli occhi, lo fa anche il predicatore. Il ragazzo ha scelto proprio quel momento per dirigersi verso l’uscita. All’altezza degli ultimi banchi si è girato e ha lanciato una granata. Hanno cercato di fermarlo, ma aveva una pistola e si è difeso. Ed è scomparso nel nulla».
Il racconto di don Alfonso Poppi, sacerdote della Fraternità San Carlo in missione a Nairobi, è dettagliato. La notizia della morte dell’attentato nella chiesa protestante, in cui è rimasta uccisa una persona e altre sedici sono state ferite, è arrivata quasi in diretta. Nella parrocchia di don Poppi si stava svolgendo una funzione sotto un tendone accanto alla chiesa parrocchiale. «Abbiamo subito comunicato l’accaduto ai fedeli e abbiamo pregato per le vittime», racconta: «La gente ha mantenuto la calma. Non si è scatenato il panico. Anche perché eravamo stati avvisati del rischio attentati, tanto che la messa era presidiata da quattro poliziotti armati».
La situazione nel Paese è peggiorata dallo scorso ottobre, quando l’esercito kenyota ha iniziato operazioni in territorio somalo contro i terroristi Shabab. Da quel momento, il gruppo fondamentalista ha fatto sapere che avrebbe colpito a Nairobi. Quello di ieri, infatti, non è il primo attentato nella capitale: un paio di mesi fa, sei persone erano morte in una stazione di autobus durante l’ora di punta. Ma quello di ieri è il primo caso di attacco a un luogo di culto.
«La situazione non è assolutamente paragonabile a quella in Nigeria», precisa don Alfonso: «Qui si tratta di schegge impazzite. Non sono organizzati come Boko Haram (la setta islamica che vuole imporre la Sharia in Nigeria; ndr). E anche la popolazione non è terrorizzata. C’è allerta, ma la vita per ora continua come prima». Lui è convinto che la minoranza musulmana non veda di buon occhio l'azione di queste forze che vengono dall’esterno: «Nessuno ha interesse a dar spazio a questi tentativi di fomentare l’odio. E noi missionari continuiamo la nostra opera di evangelizzazione».
La Nigeria è sotto un attacco più duro e continuo. Ieri, di nuovo, si è scatenata la violenza. Nell’Università di Bayero a Kano, nel Nord del Paese, vicino ad un teatro che gli studenti cristiani usano per celebrare la messa. Le esplosioni e la sparatoria sarebbero durate mezz’ora, con un bilancio provvisorio di venti vittime. E Boko Haram non si è fermata, si è fatta sentire ancora oggi. «È arrivata anche qui da noi. Con un messaggio chiaro: ci siamo». Suor Caterina Dolci, missionaria bergamasca della congregazione del Bambin Gesù, è in Nigeria da ventisette anni. Vive vicino a Jalingo, nello stato orientale di Taraba, al confine con il Camerun e ad otto ore da Jos. La sua zona era stata sempre preservata dagli attacchi. Fino a stamattina.
Due kamikaze, in motocicletta, si sono lanciati contro il convoglio che scortava un alto ufficiale della polizia, Mamman Sule. Sono morte almeno cinque persone, oltre ai due attentatori. Il tutto vicino a un mercato e al Ministero delle Finanze. «Avrei dovuto passare di lì, proprio all’ora dell’attentato», racconta sister Caterina, «ma una mia consorella ha voluto accompagnarmi in auto prima... Ecco, abbiamo continui segni della protezione di Dio». Le notizie dei media occidentali sono a intermittenza «ma le uccisioni nel nostro Paese sono quotidiane. E senza nessuna pietà, nemmeno per donne e bambini». Dice che ormai la gente segue la mappa degli attacchi, uno dopo l’altro, come si guardano i risultati delle partite di calcio: "Vediamo dove colpiscono oggi...". «È certo, però, che se qui gli estremisti si azzardano a mettere una bomba in una chiesa, scoppia il finimondo. Si scatena la vendetta, e si spacca la città in due», continua sister Caterina: «C’è tensione, c’è molta sofferenza. E noi... Noi stiamo qui. Continuiamo a fare ciò che ci è dato di fare. E davanti alla perdita totale della ragione di questi uomini, affidiamo tutto alla Madonna».

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