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A partire da Silence, di Martin Scorsese

17/02/2017 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari

Civiltà Cattolica, «Silence». Intervista a Martin Scorsese, di Antonio Spadaro, Anno 2016, volume IV
«C’è stata una situazione in cui invece ha sentito Dio vicino, anche se taceva?
Quando ero giovane, e servivo la Messa, non c’era alcun dubbio che avvertissi un senso del sacro. Ho cercato di trasmetterlo in Silence, durante la scena della Messa nella casa colonica a Goto. In ogni caso, mi ricordo che uscivo per strada dopo la fine della Messa e mi chiedevo: com’è possibile che la vita vada avanti come se niente fosse accaduto? Perché non è cambiato niente? Perché il mondo non viene scosso dal corpo e dal sangue di Cristo? È questo il modo in cui ho sperimentato la presenza di Dio quando ero molto giovane.
Nella storia di «Silence» c’è moltissima violenza fisica e psicologica. Che cosa c’è nella rappresentazione della violenza? Nei suoi film ce n’è tanta. Che cosa rappresenta di specifico la violenza in questo film?
Per fare riferimento a una sua domanda precedente, io sono ossessionato dallo spirituale. Sono ossessionato dalla domanda su ciò che siamo. E questo significa guardarci da vicino, guardare il bene e il male di noi. Possiamo nutrire il bene in modo che, ad un certo punto futuro nell’evoluzione del genere umano, la violenza, forse, cesserà di esistere? Comunque sia, per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno «le persone violente». «Ovviamente io non potrei mai farlo». E no: invece, in realtà, potresti. Non possiamo negarlo».

Il Foglio, «Sarò fesso, ma il cristianesimo di Silence è una farsa insidiosa», di Mattia Ferraresi, 19 gennaio 2017
«Il Dio di Silence tace. Non è una voce criptica e intermittente, non è la latens deitas adorata da Tommaso, né il Dio enigmatico del popolo d’Israele, che contemporaneamente si vela e si svela in un costante dialogo che ha le sue pause, ma non si interrompe mai. Qui non dice nulla. I segni della sua presenza non si vedono, nemmeno le semplici comunità dei kakure kirishitan, pur nella loro commovente devozione, sembrano animate dall’impossibile speranza che il cristianesimo ha introdotto nelle loro vite, non s’intuisce il riflesso in questo mondo di una luce che viene dall’altro mondo. Forse la rappresentazione è storicamente fasulla, ma è quella che Scorsese ci offre, uno spaccato di vita devozionale denso di elementi superstiziosi in cui il “paraiso” è un luogo dove “nessuno ha fame, nessuno si ammala, non ci sono tasse e non si lavora”. È la fede dei semplici, certo, ma è dall’inizio del cristianesimo che i semplici sono ammessi in forma privilegiata alla sapienza, mentre quelli che si credono sapienti sono confusi».

Asianews, «Il film Silence, l'abiura e la gioia del martirio», di Bernardo Cervellera, 2 febbraio
«Il film e la storia raccontata non sono un’apologia dell’abiura alla fede. Sono invece una domanda inquietante sul perché all’interno della bellezza del nostro mondo naturale esista il dolore, la morte, la persecuzione, l’odio, il conflitto fra religioni. Da questo punto di vista il film è coraggioso perché si pone le domande di fede in un mondo che è post-fede e ripropone con una attualità sconvolgente la realtà del martirio cristiano e la domanda sul perché morire per una fede, per un Dio. Il film è un’opera profondamente religiosa – come una continua domanda, interrogazione al Dio che non parla con una voce sensibile, ma che spinge uomini, donne, sacerdoti e laici a donare la vita e a rischiare la morte ogni giorno per Lui. È un film cristiano: è presente una grande misericordia per ogni scelta degli uomini, anche per il tradimento, anche per l’abiura usata come metodo di sopravvivenza. Forse non è un film cattolico perché gli manca una dimensione fondamentale del cattolicesimo, che è la gioia. Ma questo è dovuto in parte all’essersi attenuto abbastanza fedelmente al libro di Shusako Endo, che è un libro senza gioia. Da Shusako Endo Scorsese prende il problema di un Dio che è padre, che dà regole, che spinge i figli al martirio, invece che essere madre, misericordiosa, conciliante, accogliente di ogni sussulto umano. La gioia sarebbe potuti emergere se il regista fosse stato più attento alla storia del Giappone e alla storia dei martiri giapponesi. Le cronache del tempo infatti raccontano che i martiri giapponesi erano gioiosi, contenti di andare al martirio per Gesù; si offrivano di soffrire per Lui e non accettavano di essere nascosti».

Commento

«Io sono ossessionato dallo spirituale. Sono ossessionato dalla domanda su ciò che siamo». Questa affermazione di Martin Scorsese, tratta dal lungo dialogo con padre Antonio Spadaro, esprime bene il tono del suo ultimo film, Silence, basato sull’omonimo romanzo dell’autore cristiano giapponese Shusako Endo. Scorsese segue la vicenda di due missionari gesuiti nel Giappone del 1600, travolti dalle persecuzioni e posti di fronte alla drammatica alternativa tra l’abiura e il martirio. Siamo al cospetto dell’opera di un grande maestro del cinema, che è a suo modo profondamente religiosa. Molti i suoi meriti: propone coraggiosamente temi difficili e non precisamente alla moda, solleva domande intorno alla dimensione religiosa, alla fede, al martirio, al rapporto tra le religioni e le culture, alla violenza, senza aprioristiche prese di posizioni. Lascia allo spettatore la possibilità di decidere.
Le sofferenze dei sacerdoti missionari e di tutto un popolo con loro, la ferocia dell’oppressione e la crudeltà angosciante delle torture provocano, però, man mano che la pellicola procede, una domanda elementare: perché si diventa cristiani? Se il film rende magistralmente la condizione di strazio determinata dalla persecuzione, esso non mette in scena la convenienza umana della fede, non ci fornisce cioè – e probabilmente non è nei suoi intenti – una immagine di fede vissuta, capace di attrarre e motivare la conversione, di “giustificare” l’attraversamento dei rischi ad essa connessi. Il cristianesimo non appare insomma come una possibilità di compimento umano, un’esperienza di letizia e di condivisione, ma come una religione radicale, più “alta”, che richiede una dedizione totale e promette in cambio una via d’uscita dalla sofferenza nel futuro di un altro mondo (il “paraîso”, come lo pronunciano i contadini del villaggio giapponese).
Significativa in questo senso è la scena di uno degli interrogatori a cui padre Rodrigues, uno dei due missionari protagonisti, è sottoposto: questi, pure animato da autentica fede, non riesce a rispondere all’inquisitore che considera il cristianesimo una donna priva di fascino. Sicché il persecutore conclude, riferendosi al cristianesimo: «L’affetto assillante di una donna brutta è un peso intollerabile per l’uomo (...), una donna sterile non dovrebbe diventare moglie». Il film non offre motivi per contrastare l’immagine di una fede spogliata di ogni attrattiva, «una donna brutta… una donna sterile», la cui giustificazione è affidata a una superiorità di dottrina, piuttosto che ad un “di più” di vita umanamente visibile.
Sorge l’interrogativo: possibile che questo sia il cristianesimo che è arrivato in Giappone, che ha suscitato centinaia di migliaia di adesioni e una storia di martiri? O è il cristianesimo di Shusako Endo, autore del libro Silenzio, a cui Scorsese si attiene in maniera fedele e che probabilmente si accorda alla sua “spiritualità”? Il romanzo e il film insistono sul tema del silenzio – dell’assenza, del ritiro – di Dio, di fronte al dramma del suo popolo. Di qui il senso di solitudine e una certa cupezza, che caratterizzano il film.
Ora, la domanda sull’esperienza effettiva di quei cristiani evocati dal romanzo di Endo e dal film di Scorsese, sul rapporto che essi intrattennero con gli altri giapponesi, ne porta con sé un’altra, che riguarda non solo il passato, ma anche il presente: qual è la natura del cristianesimo? Come esso si comunica? Come “dimostra” la sua verità? In che modo si rende abbracciabile e credibile? Tenuto conto di tutte le differenze culturali e storiche tra noi e i giapponesi del 1600, il problema è infatti lo stesso, allora come ora. E anche la risposta non può essere diversa.

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