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L’Europa o sarà se stessa o non sarà:l’ultima chiamata di Francesco

12/05/2016 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari

Redazione Il Sole 24 ore, «L’Austria prepara le barriere al Brennero», 27 aprile 2016:
«L’Austria si prepara così a sigillare la sua frontiera con l’Italia, anche con una rete lunga 370 metri. “Si tratta di una normale rete e non di un filo spinato. Sarà allestita solo se necessario in caso di massiccio arrivo di migranti”, ha detto ancora Tomac. La struttura portante, ha spiegato il funzionario di polizia, sarà allestita prossimamente ma la rete vera e propria sarà utilizzata solo in caso di bisogno. “L'Austria non intende isolarsi ma incanalare gli eventuali flussi di migranti”, ha spiegato Tomac. In realtà le autorità austriache chiedono di poter effettuare controlli anche sul suolo italiano e sui treni diretti in Austria. […] L’Austria prevede di identificare immediatamente alla frontiera i richiedenti asilo, che saranno portati in appositi centri ad Innsbruck e dintorni, mentre i profughi che non hanno diritto saranno riconsegnati all'Italia “che dovrà farsi carico della loro assistenza”, ha aggiunto il capo della polizia tirolese».

Mauro Magatti, «Il Papa e l'emergenza migranti, un doppio sguardo sulla realtà», Corriere della Sera, 17 aprile 2016:
«Se vogliamo essere onesti, dovremmo dire che la “soluzione” — se per soluzione si intende il raggiungimento di un risultato senza residui — non c’è. [...] Muovendosi all’interno di un piano propriamente religioso, distinto, anche se non separato, da quello politico, il Papa punta a mettere in moto un dinamismo positivo che, se ben compreso, può essere di grande aiuto. Alla politica e a tutti noi. Francesco, infatti, con gesti concreti e altamente simbolici, ha deciso di esporsi in prima persona al “contatto” con gli uomini e le donne che rischiano di finire stritolati dai processi storici del nostro tempo. [...] Con le sue iniziative così forti e provocatorie, Francesco sollecita direttamente la coscienza di ciascuno di noi, non solo dei cristiani».

Gian Guido Vecchi, «L’appello di Papa Francesco: “Sogno un’Europa in cui essere migranti non sia un delitto”», Corriere della Sera, 6 maggio 2016:
«“Sogno un’Europa, in cui essere migrante non sia delitto bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano” […] Il panorama attuale è ben diverso. “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? […] Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari”. Oggi “l’Europa nonna” di cui parlò a Strasburgo appare “stanca e invecchiata” e “si va trincerando invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società […] Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure”. La seconda capacità evocata dal Papa è quella del dialogo: “Implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato”».

COMMENTO

In queste settimane la volontà da parte delle autorità austriache di erigere una barriera al confine con l’Italia per contrastare le ondate migratorie previste da Vienna ha rimesso in primo piano una delle questioni più spinose per l’Europa, quella dei migranti, che sempre più numerosi vengono a bussare alle sue porte. Accoglienza o rifiuto? Apertura o chiusura?
Da una parte Bruxelles stenta ad elaborare una visione unitaria del problema e a intraprendere politiche congrue alla sua urgenza e vastità; dall’altra all’interno dei singoli stati il nodo dell’accoglienza diventa un argomento di peso nelle competizioni elettorali. In Austria i partiti storici hanno ceduto il passo al Partito della Libertà di Norbert Hofer, volto-simbolo di una campagna elettorale tutta incentrata sull’opposizione all’ingresso dei migranti. La continuità dei flussi verso l’Europa accresce di giorno in giorno la complessità del problema, tanto che, come scrive Mauro Magatti per il Corriere, «se vogliamo essere onesti, dovremmo dire che la “soluzione” – se per soluzione si intende il raggiungimento di un risultato senza residui – non c’è». Molti sono infatti i fattori in gioco e il “realismo” che sempre si invoca non consente scelte unilaterali.
Un contributo in proposito è venuto, inaspettato e potente, da papa Francesco. Dapprima ha voluto far visita ai migranti sull’isola di Lesbo, portando con sé tre famiglie musulmane, e poi è tornato sul tema nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, di cui è stato insignito. Il Papa ha riproposto anzitutto una diagnosi sul nostro continente che non può essere ignorata: l’Europa è «stanca e invecchiata», non più «fertile e vitale» e, per di più, «si va “trincerando”», innalza muri e recinzioni. Ma questo la porterà a morire. Essa, anzi, sta già morendo, biologicamente e spiritualmente. Sicché, a ben vedere, l’apertura all’altro – agli altri, con la loro forza vitale e la loro diversità – assume oggi più il carattere di una necessità che quello di una concessione. Ma c’è di più. «Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, una identità dinamica e multiculturale». Il riduzionismo uniformante ed escludente non si addice dunque all’Europa, non appartiene alla sua essenza, e perciò la svuota e la sfigura. La vocazione “originaria” dell’Europa è quella aperta, dialogante e inclusiva, e Francesco invita a recuperarla. Egli sollecita a promuovere perciò una cultura del dialogo, che «ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato», e che introduca un altro modo di risolvere i conflitti. «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici».
Nessuno può nascondersi la complessità dei problemi. Non si tratta di fingere di avere soluzioni già pronte. E tuttavia, possono l’Europa, i governi dei paesi che ne fanno parte, le istituzioni europee evitare di confrontarsi con la radicalità e l’audacia delle parole di papa Francesco? Può il “realismo” ignorare l’invito che il Papa rivolge all’Europa – cioè a tutti noi, persone e istituzioni – a riprendere in considerazione la vocazione culturale e politica che l’ha resa grande? Se lo facesse, quel realismo sarebbe sul punto di trasformarsi nel più mortifero degli irrealismi. Con i suoi gesti e le sue (taglienti) parole questo Papa si mette in gioco in prima persona dando un esempio da cui conviene lasciarsi interrogare. Per non morire con l’ultima utopia: «Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia» (papa Francesco).

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