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Elezioni amministrative 2016: il partito del disinteresse al 50%

21/06/2016 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari

Comunali, ballottaggi: affluenza in calo, 50,5% degli italiani alle urne, la Repubblica, 20 giugno 2016
Poco più della metà degli italiani aventi diritti sono andati alle urne per i ballottaggi delle amministrative. L'affluenza, nelle grandi città è stata del 50,5%. Il dato del Viminale è riferito a 113 Comuni, esclusi il Friuli Venezia Giulia e la Sicilia. Al primo turno l'affluenza era stata del 59,9%. A Roma è del 50,5%. Al primo turno era stata del 57,60%. A Torino il dato è pari al 53,44%. Due settimane fa era del 57,71%. A Napoli un crollo: 37,89 contro il 57,22% del primo turno. Frena la percentuale anche a Milano: alle 23 è del 51,57 contro il 55,22 del primo turno. A Bologna 53,44% contro 59,83%. L'affluenza alle urne rilevata alle 23 a Trieste è al 47,43%. Al primo turno alla stessa ora sono andati a votare il 53,45%.

Massimo Recalcati, La triste parabola dell’arte politica ha generato mostri, la Repubblica, 5 giugno 2016
La politica come difficile arte della mediazione di interessi differenti e conflittuali per il bene comune della polis appare come un intralcio fastidioso alla realizzazione del programma della pulsione che esige il suo soddisfacimento senza differimenti. Di qui - più profondamente che non a causa della sua corruzione - l'accanimento critico che colpisce l'arte della politica. Nondimeno è proprio la sua vocazione al confronto con la pluralità dei protagonisti della vita della città e della loro necessaria mediazione che la rendeva già agli occhi di Aristotele un'arte superiore a tutte le altre. Questo significa che la vita della città non scaturisce dalla spinta affermativa di interessi particolari che diventano egemoni, ma dal concerto delle loro differenze.

Ilvo Diamanti, Schemi saltati e confronti incerti: ecco il tripolarismo imperfetto, la Repubblica 7 giugno 2016
Fino allo scorso decennio, infatti, gli orientamenti politici ed elettorali riproducevano legami sociali e territoriali di lungo periodo. Veicolati da partiti di massa, che esprimevano ideologie di lunga durata e disponevano di organizzazioni diffuse. I partiti di sinistra, in particolare, si imponevano nelle regioni rosse del centro. Mentre al Nord erano più forti i partiti di centrodestra e la Lega. […] Così le diverse Italie politiche, oggi, si sono omogeneizzate. La stessa Lega si è "nazionalizzata". È la Ligue Nationale di Salvini, alleata con i FdI di Giorgia Meloni. Guarda a Roma e al Sud. Così, non c'è più religione. E non c'è più fedeltà. Non solo a Bologna. Neppure a Torino. Dove le tradizioni operaie e industriali hanno perduto rilievo. E la crisi economica incombe (come ha osservato Piero Fassino).

Ezio Mauro, La storia rottamata, la Repubblica, 21 giugno 2016
La destra non ha più un'identità riconoscibile, è divisa tra lepenismo d'accatto e moderatismo improvvisato, non ha un leader capace di incassare l'eredità di Berlusconi, che come erede concepisce peraltro sol-tanto se stesso. La sinistra ha un leader, e nient'altro: l'eredità storico-politica, che fa parte della storia migliore del Paese, è stata derisa e svenduta a saldo, come se le idee e gli uomini si potessero rottamare al pari delle macchine. Ma dopo il salto nel cerchio di fuoco, spenti gli applausi, rimane solo la cenere.[…] Desertificato di riferimenti culturali (che certo sono ingombranti, perché obbligano terribilmente) il campo della contesa disegnato dalla sinistra al potere diventa basico e nudo, con parole d'ordine elementari e radicali. Una su tutte: il cambiamento ma senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione, cambiamento per il cambiamento, dunque soprattutto anagrafico, spesso con una donna al posto di un uomo. La rottamazione della storia si è portata via anche il deposito di significato, la traccia di senso che la storia lascia dietro di sé, comprese le competenze e naturalmente le esperienze, quel legame tra le generazioni che forma il divenire di una comunità.

COMMENTO

Il primo partito italiano è quello dell’astensionismo. Nel ballottaggio, il 50% degli aventi diritto non è andato alle urne; nel primo turno, quasi il 45%. Questo è il dato che anzitutto emerge dalle elezioni amministrative appena concluse. La diserzione dalla politica ha raggiunto il suo apice. Sembra che le sorti della polis, i suoi problemi, le sue inquietudini, riguardino solo il cinquanta per cento degli italiani che hanno raggiunto la maggiore età. A soli 70 anni dalla stabilizzazione del suffragio universale, metà degli elettori non esercitano più il loro diritto di voto. Insoddisfazione? Protesta? Disinteresse? Tutte queste cose insieme?
I politici ci hanno messo del loro. Come molti opinionisti hanno sottolineato, nella determinazione della attuale situazione giocano un ruolo importante sia la scomparsa di un centro-destra con una identità riconoscibile e credibile, sia la liquidazione della eredità storico-politica della sinistra, avvenuta con il cambio della guardia ai vertici del PD e con la sua ascesa a partito guida del Paese. Complessivamente, su un fronte e sull’altro si è verificato negli ultimi due decenni un progressivo svuotamento di identità, di ideali, di progettualità, che ha lasciato il posto ad altre leve dell’azione politica: l’imperativo del «cambiamento per il cambiamento», per usare l’espressione di Ezio Mauro, e la rabbia anti-sistema (emblematicamente rappresentata dalla V del «vaffa»).
A ciò bisogna aggiungere l’esasperazione dello stile del «contro». Con il venir meno dei contenuti e delle prospettive ideali, si è accentuata la pura contrapposizione all’altro come ragione della azione politica. La demonizzazione dell’avversario è divenuta cioè metodo e contenuto della presa di posizione politica, togliendo via via spazio al dialogo, al negoziato, al compromesso, vale a dire alla politica come arte della mediazione e come ricerca del possibile, in vista del bene comune. Si è spregiudicatamente preferita la demolizione alla costruzione, purché portasse un vantaggio immediato e spendibile al proprio campanile.
Ma occorre fare attenzione ad attribuire ai politici e alla politica l’esclusiva della responsabilità della diserzione attuale, come se il disinteresse, l’insoddisfazione, la protesta che si sono clamorosamente espressi con il voto e con il non-voto di queste elezioni amministrative fossero l’ovvia conseguenza dei limiti e delle inadempienze di un circoscritto numero di addetti ai lavori. I politici non hanno cromosomi speciali, non sono piovuti dal cielo, non vengono da lontano o da altrove, ma sono uomini nati e cresciuti sul nostro suolo, nelle nostre città, nelle nostre scuole, nelle nostre parrocchie, nelle nostre istituzioni, nelle nostre famiglie.
Occorrono uomini capaci di costruttività, di senso dell’altro e del bene: ma essi non sorgono dal nulla, o per una spinta naturale, bensì solo laddove vi siano luoghi generativi di umanità più compiute. Occorrono idee e progetti: ma essi non si fanno né si propagano da sé, bensì solo dove vi siano uomini che li ripensano, li rivivono e li incarnano nelle loro azioni. Se a ben più del cinquanta per cento dei giovani neo-maggiorenni non è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di andare a votare, è per un profondo disinteresse alla politica come dimensione della vita. A chi imputarlo? Ai politici di questo o quello schieramento?
C’è qualcosa che viene prima della politica e che consente anche la rinascita della politica e dell’interesse per essa. È qualcosa che ha a che fare con l’umano e con il compito mai trascurabile, mai rinunciabile, di una educazione di esso. Ma, come tutti sappiamo, non c’è educazione senza una proposta e senza incontri significativi in grado di attrarre e di riscuotere l’attenzione. E a questo livello siamo tutti chiamati in gioco.

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