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Brexit: un'opportunità per cambiare

05/07/2016 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari

Enrico Franceschini intervista Tony Blair per la Repubblica, 25 giugno 2016

Perché è accaduto?
«Per una genuina preoccupazione sull’immigrazione, problema che pervade tutto l’occidente. Non credo che staremmo meglio se gli immigrati non venissero in Gran Bretagna: tutti gli studi dimostrano il contrario, ci portano più soldi di quanti ne ricevano dai servizi pubblici. Ma questo non è stato spiegato a sufficienza agli elettori. E tutti i moniti sui disastri economici che Brexit avrebbe causato sono stati presentati dai nostri avversari come “Progetto Paura”, menzogne per spaventarli. La gente ci ha creduto […]»

La UE sopravviverà?
«Dovrà affrontare sfide enormi. Dovrebbe promuovere ampie riforme, perché questo è stato un campanello d’allarme che suonerà anche in altri paesi. Se ci fosse un referendum altrove, la possibilità che lo vinca chi vuole lasciare la UE sarebbe alta. Io penso ancora che la Ue sia l’idea giusta per il XXI secolo. In un mondo di giganti come Cina, India, America, Russia, non si può stare da soli. Ma bisogna riscrivere il rapporto tra popoli e potere, per evitare la crisi della Ue […]».

Non è democratico chiedere il parere al popolo attraverso un referendum?
«Dipende su che cosa. La democrazia parlamentare significa che la gente vota per eleggere il parlamento i governi che poi prendono decisioni. Altrimenti avrebbe una democrazia plebiscitaria».

Antonio Polito, «L’umiltà necessaria», Corriere della Sera, 25 giugno 2016

Che cosa possono fare allora gli altri, quelli che credono ancora che la cooperazione tra gli Stati sia il progresso, che la condivisione dei poteri li moltiplichi, che il multilateralismo abbia bisogno di istituzioni comuni? […] Per proteggersi da un elettorato sempre più arrabbiato, i politici danno la colpa a Bruxelles. Da leader si sono fatti follower, seguono le loro opinioni pubbliche come i «sonnambuli» che un secolo fa trasformarono la crisi di Sarajevo nel più sanguinoso conflitto della storia. Almeno in questo la lezione di Cameron può essere salutare. Se Merkel, Hollande, Renzi capiranno che salvano se stessi solo se salvano insieme anche l’Europa, forse c’è ancora la speranza che l’Unione risorga dalla sua notte peggiore. Solo se seppelliscono la Ue presuntuosa e pomposa di Juncker e dei mega-vertici, e rilanciano quella più umile ma più utile di un tempo, possono dare agli elettori le risposte che chiedono: il lavoro, la protezione sociale, la sicurezza.

Ezio Mauro, «Il rancore degli esclusi e la politica che abdica», la Repubblica, 25 giugno 2016

«Il risentimento ha le sue ragioni, tutte visibili a occhio nudo. L'impotenza della politica prima di tutto, schiacciata dalla sproporzione tra problemi sovranazionali (la crisi, l'immigrazione, il terrorismo) e le sovranità nazionali a cui chiediamo protezione. Poi la lontananza burocratica dell'Unione Europea, che percepiamo come un'obbligazione disciplinare senza più rintracciare la legittimità di quella disciplina. Quindi il peso ingigantito delle disuguaglianze che diventano esclusioni, la nuova cifra dell'epoca. In più la sensazione tragica che la democrazia e i suoi principii valgano soltanto per i garantiti e non per i perdenti della globalizzazione. Ancora la rottura del vincolo di società che aveva fin qui unito - nelle differenze - il ricco e il povero in una sorta di comunità di destino, mentre il primo può ormai fare a meno del secondo. Infine e soprattutto il sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell'avvenire, la sensazione di una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali l'individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che sostituisce l'identità».

«Enrico Letta smonta la teoria "giovani pro Europa contro vecchi anti Europa"», Huffington Post, 25 giugno 2016

«L'ex presidente del Consiglio Enrico Letta con un tweet suggerisce una chiave alternativa per comprendere il voto di giovedì: "Una chiave per capire voto per #Brexit? Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l'83!". Se da un lato, quindi, i giovani che si sono recati alle urne hanno tendenzialmente espresso un voto favorevole all'idea di Europa e di una Gran Bretagna come parte integrante dell'Unione, di certo il basso tasso di affluenza dimostra che la gran parte si è disinteressato della questione. Solo un giovane su tre è infatti andato a votare giovedì. Il 75% non ha votato per il Remain, decidendo non di sostenere il fronte del Leave ma di restare a casa. Tra i giovani, insomma, ha vinto l'indifferenza».

Mauro Magatti, «La lezione al continente tra orgoglio ed egoismo», Avvenire, 25 giugno 2016

«Ora la Brexit mette l’Europa continentale – e tutti noi – davanti a un bivio: o avanti o indietro. Cioè, procedere o abbandonare il progetto di unificazione. Prendere questa seconda strada sarebbe davvero follia. Ma prendere la prima richiede che si faccia ciò che in questi anni si è proclamato solo nei convegni o negli eventi celebrativi: è cioè che non ci può essere unità monetaria senza unità politica; che l’Europa non va pensata come un superstato burocratizzato, ma come forma politica innovativa capace di rendere possibile l’Europa dei popoli; che nessuna convergenza è sostenibile senza la condivisione di un 'mito politico' che, nel caso europeo, non può essere altro che quello della dignità di ogni persona umana […] Per meno di questo, come il voto in Inghilterra ci dice, non vale la pena stare insieme».

Andrea Tornielli, intervista a papa Francesco sul volo Yerevan-Roma, La Stampa, 27 giugno 2016

È preoccupato che Brexit possa portare alla disintegrazione dell’Europa e anche alla guerra?
«[…] Per me sempre l’unità è superiore al conflitto, ma ci sono diversi modi di unità. La fratellanza è migliore delle distanze. I ponti sono migliori dei muri. Tutto questo ci deve far riflettere: un Paese può dire sono nell’Unione Europea, voglio avere certe cose che sono mia cultura. Il passo che la Ue deve dare per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di sana “disunione”, cioè dare più indipendenza e più libertà ai paesi dell’Unione, pensare a un’altra forma di unione. Bisogna essere creativi nei posti di lavoro, nell’economia: in Italia il 40 per cento dai 25 anni in giù non ha lavoro. C’è qualcosa che non va in quell’Unione massiccia, ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e cerchiamo di ricreare. Creatività e fecondità sono le due parole chiave per l’Unione Europea».

COMMENTO

Nessuno, in fondo, se lo aspettava: la Gran Bretagna abbandona l’Unione Europea imboccando la strada del “faccio da me”, voltando le spalle agli altri paesi comunitari. La maggioranza della popolazione britannica che ha esercitato il diritto di voto ha deciso così. Ridimensionato il mito di uno scontro generazionale giovani-vecchi (tra i giovani, infatti, statistiche alla mano, a vincere non è stato il Remain quanto piuttosto il disinteresse), si può dire che la Londra della finanza e i più ricchi tra i britannici hanno votato per restare, mentre il fronte del Leave ha potuto contare sui voti di chi sta soffrendo più duramente la crisi economica, i ceti medio bassi, più impoveriti e sensibili al “cambiamento per il cambiamento”. Un voto reattivo, forse, ma non incomprensibile. Con Brexit sono venuti al pettine i nodi più urgenti del nostro momento europeo: l’immigrazione, la disoccupazione, l’impoverimento di larghi strati della popolazione, la disparità economica tra i partner eccetera.
Le ragioni di quanto è accaduto sono però molteplici. Difficile elencarle tutte. Antonio Polito ed Ezio Mauro mettono in luce la sconfitta della classe politica europea, che, sovrastata dalla complessità dei problemi da affrontare, ha finito con l’abdicare al suo ruolo di guida, rifugiandosi nel consenso popolare e rimanendone essa stessa vittima, come mostra la parabola di David Cameron.
Ma domandiamoci: insieme è sempre e comunque meglio? Papa Francesco ha affermato: «Per me sempre l’unità è superiore al conflitto, ma ci sono diversi modi di unità (…) Il passo che la Ue deve dare per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di sana “disunione”, cioè dare più indipendenza e più libertà ai paesi dell’Unione, pensare a un’altra forma di unione». In queste rapide ed efficaci battute vi sono motivi ineludibili di riflessione. L’uscita della Gran Bretagna, pur con tutti i limiti del caso, ha lanciato forse proprio questo messaggio: insieme così non può funzionare. Mentre appronta gli argini alla marea di implicazioni della scelta britannica, l’Europa istituzionale e politica può allora cominciare a cogliere questo duro colpo come un’occasione. È il momento giusto per correggersi, per tornare sui propri passi e mettersi in discussione, come ogni crisi offre l’opportunità di fare.
Proprio perché «sempre l’unità è superiore al conflitto», devono essere ripensati i rapporti tra gli Stati. La via sinteticamente indicata da papa Francesco (concepire un’altra forma di unità, dare più indipendenza e libertà ai paesi dell’Unione, essere creativi nell’economia…) prefigura certamente un compito dei governi, ma anche dei popoli e dunque necessariamente di ciascuno di noi. Pensiamo alle contrapposte campagne referendarie in UK. Alle ragioni del Leave, fondate sulla minaccia dell’immigrazione, si è saputo opporre soltanto la convenienza economica derivante dall’arrivo di nuovi immigrati, come afferma Tony Blair nell’intervista a Repubblica. Ma quanto può reggere una “accettazione” dell’altro esclusivamente sorretta da un tornaconto economico? E che frutti può dare?
Ciò che deve accadere a livello degli Stati e dei governi - in termini di riconoscimento e collaborazione reciproca, di unità nella libertà - deve poter affondare le sue radici anche nelle concezioni e nei costumi degli europei (presenti e futuri). Il valore dell’incontro con l’altro, con il diverso da sé, chiede di essere sempre di nuovo scoperto e vissuto da ciascuna persona per arrivare a informare orientamenti ed espressioni delle società civili cui, anche i governi, in qualche modo sono chiamati a rispondere, come si vede dal voto britannico. Egoismi e aperture sono dimensioni che - pur con le dovute differenze - attraversano la vita delle persone quanto quella delle società e delle nazioni, trasmettendosi da un livello all’altro e in ultima istanza generandosi sempre a partire dal basso.
L’uscita della Gran Bretagna è la spia di un momento di crisi che dà a tutti - istituzioni europee, stati e cittadini - l’opportunità di mettere in questione se stessi e il rapporto con gli altri. A noi la disponibilità a tenere conto della spia che si accende, per evitare che di qui a poco si grippi il motore.

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