RASSEGNA CLU

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RASSEGNA CLU

L'uomo, il lavoro e la dignità (7 maggio)

14/05/2012 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 23 aprile al 7 maggio

«Il primato del lavoro e la centralità dell’uomo», Angelo Scola, Corriere della Sera, 26 aprile 2012
Non si esce da questa Scilla-Cariddi se non si afferma con forza che il lavoro – e, quindi, a prescindere da ogni sua qualificazione (manuale, intellettuale,…) – non è solo il motore di ogni attività economica, ma ne è il movente. […] Coraggiosamente "Caritas in Veritate" parla di "gratuità", senza la quale «il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (CV, 35). La parola gratuità però va capita bene: non significa "gratis", ma indica un’altra unità di misura del valore del lavoro e della dignità di chi lavora, come acutamente afferma Peguy nell’opera "Il Denaro": «Un tempo gli operai non erano servi… La gamba di una sedia doveva essere ben fatta, non per il salario… per il padrone, né per i clienti… Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto». […] Perché espressioni come "qualità del lavoro", "lavoro dignitoso" non restino parole vuote, occorre il coraggio di ripartire dalla persona, dalla priorità data allo sviluppo del "capitale umano e sociale".

«Intervista a Benedetto Mineo, amministratore delegato di Equitalia Sud», Alessandro Trocino, Corriere della Sera, 6 maggio 2012
Sono davvero addolorato e rattristato per quello che è accaduto a Napoli. Ma voglio lanciare un messaggio positivo e dire ai contribuenti che ricevono una cartella esattoriale di contattare i nostri uffici per trovare una soluzione: quasi sempre c'è la possibilità di rateizzare il debito.

«Che errore applaudire i suicidi», Marcello Veneziani, Il Giornale, 6 maggio 2012

Evitate per favore l’elogio ai suicidi per disperazione, tasse e disoccupazione che traspare in troppi programmi e commenti. Si deve rispetto a chi compie questo gesto, e umanissima pietà; si riconosca pure la loro dignità davanti all’infamia di passare per chi non vuole pagare le tasse o mettere per strada i suoi dipendenti. Ma non confondete il rispetto con l’ammirazione, non elevateli a modelli ed esempi come talvolta sento fare; e non usateli. […] distinguiamo il suicidio eroico, il sacrificio di sé per salvare patria e libertà, dal suicidio tragico per una situazione personale disperata. […] non si può morire per Equitalia, per un debito o un fallimento. Dirlo è facile, mi rendo conto. Ma meglio dir questo, con tutto il cuore, piuttosto che applaudire al suicidio.

COMMENTO


Negli ultimi quattro mesi sono state registrate 32 morti d’imprenditori che si sono tolti la vita per “motivi economici”. Ma, se si considerano i lavoratori in generale, il numero sale a 73. I media li chiamano “vittime della crisi” o “del fisco”. Questi fatti ci interrogano. Il lavoro ha una indubbia centralità nella vita dell’uomo: esso emerge come evidente manifestazione dell’identità della persona, nonché come il modo più comune di rispondere ai bisogni della gente e di contribuire allo sviluppo della società. Ma che cosa succede quando il lavoro – quello che riusciamo a fare o ad avere – arriva a coincidere con il valore ultimo di sé? Si può considerare un gesto disperato come il suicidio la conseguenza quasi “logica” del fallimento della propria impresa, l’unico gesto di liberazione quando tutto crolla? Le morti degli imprenditori pongono il problema umano alla sua radice. Pietro Paganelli, un piccolo imprenditore napoletano, ha lasciato scritte queste poche parole prima di spararsi: “La dignità vale più della vita”. Ma, rispettando il mistero che abita nel fondo dell’animo di ciascuno, ci domandiamo: può l’uomo essere o riconoscersi degno, agli occhi suoi e dell’opinione pubblica, solo in quanto capace di successo, parte attiva e riuscita di un ingranaggio sociale? Molti, troppi resterebbero esclusi dalla “dignità” se dovessimo applicare questo criterio. I segni della crisi si mostrano sempre più nella loro gravità. Ormai più nessuno lo nega. La necessità di una crescita si fa sempre più ineludibile. Siamo tutti coinvolti, dai governanti ai semplici cittadini. Ma non possiamo attendere che la situazione economica cambi per rispondere alla domanda su chi siamo, su dove si fondano valore e dignità della nostra vita. Da questa risposta dipende anche la nostra capacità di ripresa. L’essere insieme (famiglia, popolo, un tessuto sociale solidale) può aiutarci ad affrontare le difficoltà e le fatiche e soprattutto a sostenere quella responsabilità eminentemente personale di non fuggire davanti agli interrogativi che i fallimenti pongono.

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