RASSEGNA CLU

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Referendum e democrazia (13 giugno)

17/06/2011 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 7 giugno al 13 giugno

«Spunti per un giudizio», di Lorenza Violini, il sussidiario.net, 8 giugno
«Il referendum era stato pensato dai padri costituenti come cauta e residuale espressione di democrazia diretta volta a correggere singole scelte parlamentari (così qualificando, sulla scorta dei suggerimenti di Einaudi, la democrazia diretta come correttivo marginale alla democrazia elettiva), esso si è trasformato negli anni 80 in uno strumento di lotta politica a disposizione di minoranze per affermare la loro incidenza presso l’opinione pubblica, al di là della loro incidenza effettiva. Da questo abbiamo imparato a nostre spese che spesso conta più la democrazia gridata rispetto alla democrazia dei numeri e delle maggioranze. Il referendum è stato così snaturato, strumentalizzato e banalizzato».

«Ora serve un progetto forte», di Mario Calabresi, La Stampa, 14 giugno
«Sono convinto che abbiamo sfruttato l’ultima occasione utile prima delle vacanze, per mandare un altro messaggio forte e chiaro al governo. È evidente da settimane che il sentimento degli italiani è profondamente cambiato: prevalgono la stanchezza, la nausea, il fastidio per una politica che non ha nella sua agenda nessun tema che incrocia la vita dei cittadini e soprattutto il disincanto verso promesse che non sono mai state realizzate».

«Il flauto magico si è spezzato», di Ezio Mauro, la Repubblica, 14 giugno
«Il flauto magico si è spezzato, gli italiani dopo vent'anni rifiutano di seguire la musica di Berlusconi. [...] E la partecipazione è il vero risultato politico di questo voto. [...] Una ribellione diffusa e consapevole, che dopo la sconfitta della destra nelle grandi città accelera la fine del berlusconismo, ormai arenato e svuotato di ogni energia politica, e sopratutto cambia la forma della politica nel nostro Paese».

Commento
Dopo quindici anni di silenzio, un referendum parla di nuovo. Il suo grido, prevedibile dopo le recenti amministrative, s’impone con un secco 57%. Ma ciò che è accaduto in questa occasione offre numerosi spunti di riflessione. Se il referendum nasce nella mente dei padri costituenti come strumento d’iniziativa popolare, «cauta e residuale espressione di democrazia diretta volta a correggere singole scelte parlamentari», come ha di recente affermato Lorenza Violini, oggi appare sempre più chiaramente come la continuazione della lotta politico-partitica con altri mezzi. Le testate nazionali, il 14 giugno, giorno post-elezioni, hanno perciò comprensibilmente titolato i loro pezzi in maniera univoca: La repubblica: «Valanga di sì, Schiaffo a Berlusconi»; La stampa: «Boom di sì, messaggio al governo»; Corriere della sera: «Trionfo di sì, schiaffo al governo». Protagonisti e beneficiari di questo referendum sono stati indiscutibilmente i partiti. I quesiti hanno fatto da tappezzeria. La complessità della materia trattata li ha resi pressoché inaccessibili, anche ai più acculturati. Il “popolo” si è così trovato a pronunciarsi non sul merito dei quesiti referendari, i cui termini erano incomprensibili e dunque facilmente manipolabili dai partiti e dai formatori del consenso, ma sulle sorti del governo. Naturalmente tutto è possibile. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», diceva il buon Shakespeare. Siamo sicuri tuttavia che, a queste condizioni, il referendum abbia ancora il valore che gli s’intendeva attribuire? Non diventa un modo per aggirare il confronto democratico piuttosto che per completarlo e rafforzarlo? Non bisogna ripensare i termini del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta? Ha ancora senso il referendum se esso diventa un mero strumento di lotta politica, se i cittadini sono spinti a perseguire altri scopi rispetto a quelli legati a quesiti specifici, a scelte e a provvedimenti determinati? Non dovrebbero essere affrontati altrimenti i problemi legati alla formazione delle maggioranze politiche e alla durata dei governi? La democrazia non è uno strumento perfetto, ma, a differenza di tutti gli altri sistemi di governo, ha nei propri cromosomi l’affermazione della libertà, la possibilità della critica e la prospettiva della perfettibilità. Se, dunque, come ci pare evidente, la democrazia è un bene, qual è il primo modo di difenderla? Esercitare quella libertà di pensiero che essa vorrebbe salvaguardare in ogni modo. La discussione e gli interrogativi non dovrebbero essere sopportati, ma richiesti. Occorre porre domande su quello che accade. Vi è da augurarsi che, tra coloro che hanno più voce in capitolo, siano in molti ad amare ancora la libertà di pensare.

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