RASSEGNA CLU

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Genova. Quando non vince il lamento (7 novembre)

10/11/2011 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 17 ottobre al 7 novembre

«La risposta al dolore non è la città perfetta», di Luca Doninelli, ilsussidiario.net, 7 novembre
«Nei momenti più drammatici nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo (…) Non voglio dire che non ci siano responsabilità negli amministratori della città. A pochi giorni dall’alluvione nel Levante, con la Protezione Civile allertata e le previsioni al peggio, le scuole non sono state chiuse. Poteva andare bene, invece per sei persone come me e te è andata male. Personalmente, sono convinto che in casi come questi il sindaco dovrebbe dimettersi subito, come atto dovuto, senza pensarci un momento (…) Eppure, che tristezza, se la questione fosse solo di farla franca, di portare a casa la pelle, e di pretendere dagli amministratori questa stessa cosa! Che tristezza, tutta questa Sicurezza! Se il pianto e la pietà non riuscissero a precedere la nostra (sia pure sacrosanta) indignazione, che razza di uomini saremmo?».

«Fischi e grida al sindaco in lacrime», di Renzo Corti, Il Messaggero, 6 novembre
«“Vergogna, vergogna, dimettiti!”. Marta Vincenzi, sindaco di Genova, sapeva che andando in via Ferreggiano, la più colpita dal nubifragio di venerdì che ha provocato sei vittime, avrebbe corso il rischio di una contestazione (…) Ha provato a spiegare ha ribadito di aver “ripulito il Bisagno, abbiamo speso 6 milioni sul Ferreggiano. Non potete dire che non abbiamo fatto niente”. Ma l’onda della rabbia è paragonabile a quella dell’acqua e del fango che ha travolto tutto (…) La Vincenzi è al centro del bersaglio. La accusano di aver tenuto aperte le scuole. Per questo il Pdl ligure punta l’indice contro il sindaco: “Chieda scusa alla città e si dimetta immediatamente”».

«Stiamo annegando, rivogliamo Bertolaso», di Vittorio Feltri, il Giornale, 7 novembre
«Il pianeta è sempre stato “nervoso”. Calamità si registrano in ogni angolo. Basti pensare agli tsunami, l’ultimo in Giappone. I governi saranno anche ladri, ma non hanno alcun dominio sulla natura che è cattiva in proprio e va accettata com’è. Ciò che viceversa non si può accettare è che l’Italia abbia smantellato la Protezione Civile perché tra un sisma e l’altro Guido Bertolaso, si divertiva con i massaggi di una gentile professionista. In queste settimane (…) sarebbe quanto mai opportuno disporre un’organizzazione efficiente com’era quella che offriva il “massaggiato”. Niente. Lo hanno obbligato a dimettersi (…) Ma questo benedetto Bertolaso non si può richiamare in servizio?».

Commento

Dopo alcuni giorni d’implacabile pioggia, l’acqua di due fiumi ha invaso le strade. È successo a Genova, venerdì due novembre. Sei persone hanno perso la vita, travolte dalla potenza dell’onda. Ora la città è sommersa dal fango: è entrato nelle case, ha accartocciato le auto, ha distrutto i negozi. Che senso ha quello che è successo? Sui giornali la domanda non si trova. O meglio, se ne trova una versione “tecnica”: di chi è la responsabilità di quello che è successo? L’altra domanda è troppo inquietante, scomoda. Molto meglio dar la caccia al colpevole, perché ci dovrà pur essere un colpevole, qualcuno a cui “farla pagare” per sentirsi più tranquilli, a posto, per mettere a tacere il disagio che resta. Che cosa è vivere e che cosa è morire?
Molti hanno puntato il dito contro il sindaco di Genova Marta Vincenzi. Le accuse? «Non ha fatto chiudere le scuole anche se la situazione era molto rischiosa e non ha provveduto adeguatamente alla manutenzione del fiume Bisagno». Certo, si poteva lavorare meglio per garantire più sicurezza, si sarebbe dovuto e potuto fare di più. Ma per quanto si tenti di controllare o di evitare certi eventi, nessuno ha veramente questo potere, nemmeno il sindaco di una grande città.
Di fronte alla situazione drammatica e difficile che si è venuta a creare, fuori delle polemiche scatenate dai giornali, non ha tuttavia prevalso il lamento, non ha preso il sopravvento la rassegnazione e nemmeno la rabbia. Anzi. In questi giorni i genovesi non si sono tirati indietro. Quello che è successo li ha spinti prendere iniziativa e a voler ricostruire, con il badile in mano, spalando il fango dalle cantine, facendo tutto quello che potevano senza risparmiarsi. Tra sabato e domenica sono arrivati nella capitale ligure anche centinaia di volontari, soprattutto giovani, che hanno dato il loro tempo per aiutare chi aveva bisogno.
Si è assistito alla mobilitazione di un popolo. Lo stesso che nel corso dei secoli ha dovuto affrontare tante sofferenze, ma che non ha mai abbandonato la fede e la speranza. È storia e non un modo di dire. Questi giorni sono stati pieni di esempi di una capacità di ripresa e di condivisione. Si può rimanere fermi ad accusare la realtà o si può cogliere la provocazione che essa contiene, senza nascondere il dramma. Speranza e dramma non sono alternativi e la fede non è un rifugio, ma ciò che rende la vita più capace di ricostruzione

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