RASSEGNA CLU

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Il suicidio "assistito" di Lucio Magri e noi (5 dicembre)

13/12/2011 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 22 novembre al 5 dicembre

Valentino Parlato, Continuons le combat, da Il Manifesto, 30-11-2011
«Lucio Magri da molto tempo ci aveva comunicato la sua decisione di togliersi la vita. Avevamo discusso e cercato di dissuaderlo perché avevamo bisogno di lui, della sua intelligenza e del suo impegno […] L’interrogativo è: che cosa ci lascia, a che cosa ci incita Lucio con il suo suicidio. Provo a rispondere. Innanzitutto a criticare e combattere la società presente. La sua cultura, la sua politica e gli scritti ci danno stimoli e conoscenza. Il sarto di Ulm, che tentò anzitempo di volare, si sfracellò, ma poi gli uomini cominciarono a volare. Questo il messaggio e il suo suicidio, ancorché dovuto a sentimenti, è un atto di rifiuto, di combattimento».

Vittorio Feltri, Suicidio assistito: è giusto? Conta il poter scegliere, da Il Giornale, 30-11-2011
«Magri è stato un’eccezione, un vero ribelle che non posso nascondere di apprezzare, ammirare. Si ribellò al piattume democristiano quando la Dc era potente, si ribellò al Pci quando era al massimo del fulgore (chiunque scommetteva sul trionfo del marxismo) e, coerentemente con la sua sublime incoerenza, si è ribellato all’idea che togliersi la vita sia un sacrilegio. Ma quale sacrilegio? È una scelta. Deprecabile? Deprecate, deprecate, però non negate a una persona responsabile, lucida e consapevole il diritto di porre fine alle proprie sofferenze […] Il partito cattolico è scomparso, il comunismo è fallito, il capitalismo fa schifo ma è ancora qui a far danni, la moglie non c’è, la giovinezza è sfiorita da lustri, il desiderio di combattere è scemato, il futuro è un vincolo cieco e angusto: ma per quale motivo Lucio, non potendo più appoggiare la testa sul seno di Mara e sentirne il calore, avrebbe dovuto stare qui ancora, magari fissando ore e ore il soffitto della stanza?»

Luca Doninelli, Quella pretesa superba di avere l’ultima parola, da Il Giornale, 30-11-2011
«Mi basta rivelare una differenza importante: per morire è sufficiente una persona fidata, rassicurante; per vivere, invece, questo non basta, occorrono degli amici, occorre una compagnia profonda […] Un’ultima considerazione visto che la tragedia si è svolta in Svizzera. C’è da credere che il povero Magri abbia pagato chi lo ha aiutato nel grande passo. […] Ma proprio qui sta il paradosso. Se la vita di un uomo ha un valore economico, vuol dire che la vita non è solo un fatto privato, e che togliersela dicendo “è roba mia” è insensato. Se un uomo bruciasse un miliardo di dollari (meglio lasciar perdere l’euro, per adesso) dicendo sono miei, ci faccio quello che mi pare, noi giustamente disapproveremmo; il suo gesto in qualche modo danneggerebbe anche noi. Figuriamoci se, al posto di un mucchio di carta, c’è un uomo».

COMMENTO

Lucio Magri è stato il fondatore del Manifesto. Una vita attivissima: prima nella Dc, poi nel Pci. Sempre in prima linea. Nel frattempo, gli ideali e i progetti in cui a lungo aveva creduto sono crollati. Inoltre la moglie, Mara, a cui era legatissimo, se ne è andata dopo tre anni di sofferenza per un tumore. A questi avvenimenti è seguita una depressione fortissima, perciò il sentirsi solo, abbandonato, senza speranza. A settantotto anni Magri ha stabilito che non valeva più la pena di vivere e ha deciso di darsi la morte in una delle cliniche svizzere in cui viene consentito il “suicidio assistito”.
C’è stato chi, a partire da qualche vecchio compagno, ha caricato la morte di Magri di un significato "politico", interpretandola come un ultimo atto di "combattimento" contro "la società presente", di "ribellione" alla "idea che togliersi la vita sia un sacrilegio", di lotta allo stato di arretratezza del sistema giuridico italiano, che, non rendendo praticabile il suicidio "assistito", non garantisce la "libertà di scelta". Il centro del proble-ma ha smesso di essere la morte di un uomo disperato e solo, il suo destino.
È difficile non fuggire davanti alle domande che certi fatti pongono: ci diamo noi la vita? Ne siamo i padroni? Siamo noi a stabilirne il valore? Siamo destinati a finire nel nulla? Che senso hanno la malattia e la morte? Che fine fa il nostro desiderio di felicità e, prima ancora, da dove viene? Perché vale la pena vivere? L’esperienza della libertà coincide veramente con la totale assenza di legami, con l'affermazione di un radicale potere di autodeterminazione?
Non sappiamo se Lucio Magri abbia avuto accanto a sé persone che hanno saputo stare davanti al suo dramma, alla sua solitudine, senza scappare. Né abbiamo accesso al mistero della sua libertà. Sappiamo solo, per esperienza, che è impossibile non avvertire il desiderio di compimento e di vita, il grido di eternità che appartiene ad ogni fibra del nostro io. Ed è difficile pensare che esso sia assurdo, vale a dire che non sia segno di qualcosa d'altro da cui tutto il nostro essere scaturisce.

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