RASSEGNA CLU

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Tra Schettino e Giampetroni. Dove va la nostra nave (30 gennaio)

06/02/2012 - Rassegna stampa di Comunione e Liberazione Universitari, dal 17 al 30 gennaio

Casta Crociere, Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano, 18 gennaio 2012
«E siamo a Schettino, per gli amici "Top Gun", che nelle interviste fa il ganassa con le battute sul Titanic. [...] Il tipico fesso che si crede furbo, ganzo, fico. Il bullo abbronzato coi ricci impomatati e i Ray-Ban neri che conosce le regole e le rotte, ma è abituato ad aggirarle, a smussarle. C'è l'amico di un amico a riva da salutare a sirene spiegate? Che problema c'è, se po' fa'. C'è da accostare per il rito dell'"inchino" ai turisti portati dalla proloco? Ma per carità, si accosta. Accosta Crociere. Perepèèèèè. Crash! Ops, uno scoglio. E lui dov'è, al momento del cozzo? [...] A quel punto, con la nave gonfia d'acqua, si chiama la Capitaneria per dire "Tutto ok, positivo". Poi si parla di "guasto a un generatore". Minimizzare, sopire, troncare finché si può. Crisi? Quale crisi? I ristoranti sono pieni, le stive pure. L'affondamento è solo psicologico, il classico naufragio percepito. Basta non parlarne e sparisce. Negare tutto anche l'evidenza. Infatti è la Capitaneria ad informarlo che la sua nave affonda. E allora "abbandonate la nave": lui per primo, assicurando però "stavo a poppa, ora torno sul ponte, a bordo ci sono solo 2-300 persone (sono ancora tutte e 4 mila, però il vero bugiardo dà sempre cifre false, ma precise)"».

Quando l’incoscienza è un delitto, Sergio Givone, Il Messaggero, 16 gennaio 2012
«Per una specie di saluto a qualcuno sull’isola e forse – come non ipotizzarlo? – per un gesto trasgressivo e rischioso che rompesse la routine, nella certezza che tanto non sarebbe successo nulla. Si fa fatica a pensare una cosa del genere. Ma è così. […] Non siamo di fronte a un folle o a un mostro. Ma più probabilmente siamo di fronte a uno di noi. Uno di quelli che guidano il Suv a velocità sostenuta nei viali della città e mettono tranquillamente mano al telefonino, guarda a caso, per un saluto all’amico. O di quelli che si mettono al volante dopo una cena, senza ricordare quanto hanno bevuto. Uno di noi, per l’appunto. Non degli alieni. Ma persone che non si rendono conto del fatto che poche colpe sono altrettanto gravi che credere di non averne. A condannarci è l’irresponsabilità, l’incoscienza. […] E quando l’illusione d’onnipotenza la vince sulla consapevolezza del limite, è la catastrofe. […] Ieri il Titanic, oggi la Concordia, ma la cifra del nostro tempo resta quella di una beata incoscienza che è al tempo stesso criminale irresponsabilità».

Si può amare “quell’uomo”?, Pier Paolo Bellini, Il Foglio, 19 gennaio 2012
«Perché “quell’uomo” è l’uomo. C’è in ciascuno “quell’uomo”, inescusabile e capace di mentire fino all’ultimo, possibile, atto di redenzione. E proprio in “quell’uomo”, di fianco, sotto, prima, dopo, tutt’intorno alla falsità sputata (“va bene Comandante”) c’è una segreta, silenziosa implorazione, che non riesce neanche a prendere forma, tanto è capacità dimenticata o rifuggita: “Perdonatemi”. Perdonami. Tu, a cui ho rovinato l’esistenza: perdonami. Tu, se puoi, perdona un inescusabile. Si può voler bene a un uomo inescusabile? Si può amare l’uomo? Perché, quando si ama un uomo, lo si ama così com’è. Questo è il dramma eterno: per poter amare “quell’uomo” occorre qualcosa di ultimamente “ingiusto” e contemporaneamente “l’unica giustizia desiderabile”, quella per la quale saremmo salvati, saremmo amati».

COMMENTO

Il 13 gennaio la nave da crociera Costa Concordia è naufragata a pochi chilometri dall'isola del Giglio. Ad oggi il bilancio conta 16 vittime accertate e più di 20 dispersi. In questi giorni, mentre i soccorritori si adope-rano per ritrovare i dispersi e per contenere il disastro ecologico, la vicenda più dibattuta dai giornali e dalle radio è il processo a chi ha causato tutto questo, il capitano della nave Schettino. Il suo operato è “inescusabile”, si è detto: non solo la codardia di aver abbandonato la nave, ma anche l'incoscienza di aver compiuto una manovra così inutilmente rischiosa, con la responsabilità di 4000 persone sulle spalle. È quello che la Arendt chiamerebbe «la banalità del male». Niente di “eroico”. Vi è responsabilità? E chi può negarlo?
Dall’inevitabile denuncia della responsabilità delle sue azioni, a prescindere da ciò che il tribunale dirà, si è immediatamente scivolati nel massacro mediatico, con tanto di eco internazionale. Perché è così facile, irresistibile, scivolar nella gogna? Sembra quasi che l’identificazione del “colpevole”, con il conseguente libero sfogo del proprio sdegno, appaghi o sopisca il bisogno di giustizia, ci liberi in fondo dall’inevitabile domanda: chi renderà giustizia a quelli che hanno perduto in questo assurdo modo la vita e ai loro cari? Piuttosto che rimanere sospesi nell’inquietante apertura di tale domanda, meglio drogare la coscienza con l’esposizione di un “capro”.
Ma non basta. Un altro interrogativo s’insinua. Non siamo noi, forse, nella vita di tutti i giorni un po' più Schettino e un po' (meno spesso) Giampetroni (il commissario capo di bordo che ha salvato molte vite mettendo a rischio la propria)? Nessuno di noi è risparmiato dall’umana miseria: chi è senza peccato scagli la prima pietra, appunto. Quanto più un uomo è cosciente di essa, tanto più drammaticamente avverte l'esigenza di non essere sotterrato dai suoi errori, di qualcuno che lo faccia ripartire, che scommetta ancora su di lui, che – diciamo la parola tremenda, commuovente, impronunciabile – lo perdoni. Una presenza che perdoni: questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Anzitutto nell’al di qua della storia.

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