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DON GIUSSANI

CAMBOGIA Il sapore massimo della fede

di p. Alberto Caccaro
19/02/2009 - Un sacerdote del Pime che parte per la Cambogia nel 2001. Una missione da inventare, ma anche tanti interrogativi. Poi, nel 2006, un incontro. Quello con don Giussani, morto l'anno prima, tra le pagine di Tracce e dei suoi libri
Don Alberto Caccaro, missionario in Cambogia.
Don Alberto Caccaro, missionario in Cambogia.

Sono di Somma Lombardo, Varese, classe 1968. Ordinato sacerdote nel 1995, ho vissuto i primi cinque anni di ministero al Pime di Milano. Destinato alla Cambogia, sono arrivato nel 2001. Ho speso tre anni per imparare la lingua khmer e dal dicembre 2004 sono a Prey Veng. La mia diocesi è Kompong Cham. Sono il primo prete che osa accamparsi da queste parti. A ovest ho il grande Mekong, ad est le verdi campagne cambogiane che si spingono fino ai confini con il Vietnam. Il paesaggio è meraviglioso e la missione, soprattutto agli inizi, tutta da inventare.
Educazione e salute sono stati i primi ambiti di impegno. Ricordo che, all’inizio del mio ministero, ogni settimana accompagnavo persone malate a Phnom Penh, la capitale, per le cure necessarie. Spesso mi fermavo qualche giorno, di ospedale in ospedale, poi rientravo a Prey Veng. In quei primi anni ho attraversato il Mekong decine di volte, avanti e indietro. Ero contento di spendere il mio tempo in quel modo anche se le prime quattro persone aiutate morirono tutte, di cancro in fase troppo avanzata… Volevo essere vicino alla gente, fino alla fine. Nella nostra casa di Phnom Penh, in quelle visite frequenti, cominciai a leggere alcuni numeri di Tracce che un mio confratello lasciava a disposizione. Conoscevo la rivista, ma non avevo mai avuto modo di leggerla. Mi trovavo in un momento fondamentale della mia vita. Avevo una missione da inventare e tanti interrogativi a cui rispondere. Dopo alcuni mesi mi accorsi che leggevo la rivista per intero, in tutte le sue singole parti. Che diavolo vi trovavo di così affascinante?
Era la primavera del 2006. Qualche mese dopo chiesi ad un amico in Italia di spedirmi una copia de Il rischio educativo di don Giussani. Nei vari numeri della rivista se ne parlava spesso. La copia arrivò nel giugno del 2007, e la lessi d’un fiato. Vi trovai una corrispondenza immediata con le attese del mio cuore. Segnai la data di quella prima lettura a margine della pagina 15. Ora, su quella stessa pagina, trovo segnate altre date, tante sono le volte che ho riletto il testo: ottobre 2007, dicembre 2007, luglio 2008. Letto e riletto, di giorno e di notte: «In nulla la nostra sicurezza se non nel Mistero… se uno capisce che quel mistero è pietà e misericordia, allora cercherà di vivere pietà e misericordia e fratellanza come sua stessa natura» (Il rischio educativo). Avevo bisogno di un approccio alla fede come avvenimento che «genera una esperienza e una corrispondenza all’umano impensabili».
Così, piano piano, sono rimasto affascinato dallo sguardo e dal giudizio di don Giussani. La parola “mistero”, che attraversa tutto il testo, non ha un equivalente in cambogiano. È sostanzialmente una parola intraducibile. Abbandonai quindi l’idea di una traduzione del testo in lingua locale ed optai per creare un’esperienza educativa che veicolasse quei contenuti e quel metodo descritti nel libro. Fu una svolta importante. La povertà della lingua khmer, priva della parola mistero, mi rivelava una povertà più radicale: la mancanza dell’Avvenimento e della coscienza che l’Eterno incombe e fa «scaturire una inesausta sorgente di affettività», per il bene del mondo.
Ne è nata una piccola scuola superiore, vera spina nel fianco per chi fa dell’educazione uno strumento di consolidamento dello status quo. «La vera educazione deve essere un’educazione alla critica», dice Giussani. Niente di più impensabile in Cambogia, dove vige tolleranza zero per qualsiasi opinione diversa dal regime. Ha ragione Orwell quando in 1984 scrive: «Chi controlla il passato, controlla anche il futuro». «Il vero aspetto negativo nella scuola è quello di non far conoscere l’umano attraverso i valori che troppo spesso tanto inutilmente maneggia. (…) Appare ridicolo (o tragico?!) che vanamente si percorrano a scuola, attraverso lo studio delle varie manifestazioni degli uomini alcuni millenni di civiltà senza saper ricostruire con sufficiente precisione la figura dell’uomo, il suo significato nella realtà». Si ripercorre il passato, ma senza ricostruire l’uomo, questa è la tragedia.
La nostra scuola è intitolata a Chuon Nat (1883-1969), il più illustre monaco buddista cambogiano. Ha dedicato la sua vita a studiare la lingua e la cultura khmer ed il dizionario che ha scritto, oltre ad essere uno strumento unico, è un simbolo: perché nessuna parola vada perduta in semplificazioni, della lingua e del pensiero, che hanno l’unico scopo di ridurre, appiattire, ovvero assecondare l’ambizione e la sete di potere di chi comanda. «Nessuna cosa è, dove la parola manca», dice il poeta Stefan George. Per questo, la parola, va difesa. Altrimenti, l’insufficienza del linguaggio, ci condannerebbe all’ignoranza, di sé e del mondo che ci ospita. A Chuon Nat è intitolata la nostra scuola perché vorrebbe, come il suo dizionario, educare a cogliere il «sapore massimo di ogni parola» (Cristina Campo). A don Giussani, invece, sono debitore del metodo e del sapore massimo della fede! Grazie.

 
 

Credits / © Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora 127, 20131 Milano P.I. 02924080159 / © Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di Luigi Giussani e Julián Carrón

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