



Miseria e Misericordia. Le due parole di Paolo VI
La biografia di papa Montini di Andrea Tornielli, porta il lettore a diretto contatto con una delle testimonianze più drammatiche e più avvincenti di amore alla Chiesa del secolo appena concluso. Non è la prima biografia di quel Papa, ma nessuna, fra quelle finora scritte, ci ha fatto penetrare nell’animo di Giovanni Battista Montini come questa. Tutto ciò è stato possibile attraverso la ricchezza di testimonianze che Tornielli porta alla luce e i molti riferimenti a testi del Papa finora poco conosciuti. Il segreto della vita di Montini è racchiuso in due parole di sant’Agostino che egli amava sempre ripetere: miseria et misericordia. Confidò un giorno al suo segretario: «Per me è sempre stato un grande mistero di Dio, che io mi trovo nelle mia miseria e mi trovo davanti alla misericordia di Dio. Io sono niente, sono misero. Dio Padre mi vuole molto bene, mi vuole salvare, mi vuole togliere da questa miseria in cui mi trovo, ma io sono incapace di fare questo da me stesso. Allora manda il suo Figlio, un Figlio che porta proprio la misericordia di Dio tradotta in un atto d’amore verso di me». Per questo motivo «bisogna sempre perdonare gli altri, è la prima cosa che dobbiamo fare anche quando vediamo una cosa non molto retta negli ambienti vaticani. La prima virtù del sacerdote deve essere quella di perdonare sempre. Egli è il dispensatore del perdono di Dio, e se noi non conosciamo la misericordia di Dio nei nostri confronti, come possiamo dispensare il perdono di Dio e la misericordia di Dio agli altri?».
Paolo VI comprese queste verità dall’interno della sua esperienza, non per averle apprese dalla dottrina. Mi sembrano particolarmente acute le annotazioni di A. Acerbi riportate da Tornielli: «Egli non era un teologo speculativo, né un canonista, per quanto fosse un finissimo diplomatico, era, nel fondo del cuore, un sacerdote letterato, un direttore di anime, un indagatore del “dramma dell’esistenza umana” o, come ancora egli disse parlando della figura del sacerdote, un “iniziato alle sottili e profonde fenomenologie dello spirito”. Per quanto vale la distinzione degli uomini fra nozionali ed esperienziali, Giovanni Battista Montini apparteneva certamente alla schiera dei secondi».
Dalle pagine della biografia appare soprattutto la sofferta, acuta e infine gioiosa paternità di Paolo VI, una paternità che Montini ha esercitato con molta discrezione per tutta la vita. Soprattutto da Papa. Confidò all’amico Jean Guitton, ricordando il primo viaggio in India alla fine del 1964: «Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. Mi è capitato di accompagnare Pio XII nelle cerimonie solenni. Si gettava nella folla come nella piscina di Betsaida. Gli si stringevano contro, gli strappavano la veste. E lui era radioso. Riprendeva forza. Ma tra l’essere testimone di una paternità e l’essere personalmente padre c’è come il mare. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perchè si accresce il numero di figli. Se un Papa non ha l’abitudine di andare in pensione prima della fine è perché non si tratta tanto di una funzione quanto di una paternità. E non si può cessare di essere padre. Mi sento padre di tutta l’umanità. E questo sentimento nella coscienza del papa è sempre nuovo, sempre fresco, allo stato nascente, sempre libero e creativo. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io non mi stancherò mai di benedire o di perdonare».
(Massimo Camisasca)
Andrea Tornielli
Paolo VI. L’audacia di un papa
Mondadori
pp. 721 - € 28
La storia di Italia “rivista” con gli occhi della famiglia
Ci sono diversi modi per raccontare la storia patria. Pansa ha scelto quello di scrivere la storia di un Paese attraverso gli occhi e l’esperienza della propria infanzia, adolescenza, della propria famiglia e del proprio lavoro. L’autore rivede la sua vita da Casale Monferrato alle colonne del Riformista, da dove racconta l’Italia di oggi. Il tutto nella cornice del Bel Paese e delle sue vicissitudini interne. Questo è Il revisionista. La grande storia vissuta dai piccoli, letta dalla saggezza popolare di nonna Caterina, alla quale non piacevano i fascisti, quanto i rossi; ma anche preti e democristiani non erano ben visti. Solo i francescani entravano nelle simpatie di Caterina, perché poveri come lei. La nonna, papà Ernesto e mamma Giovanna sono i forgiatori della coscienza critica di Pansa. Dal padre, scrive l’autore, «ho imparato a rispettare il prossimo. Ma anche a non avere il timore di dire come la pensavo. Mia madre Giovanna ripeteva che ero un ragazzino testardo e che nella vita sarei stato un bastian contrario. E concludeva, con un sospiro: “Qualche volta ti costerà caro, ma alla fine scoprirai che ti sarà convenuto essere così. Soprattutto se crederai sempre di essere onesto e di fare la cosa giusta”». Scorrendo le pagine, in effetti, la famiglia Pansa appare come la vera autrice del libro. Proprio loro, con la nonna che andava a dormire probabilmente senza recitare le orazioni, perché convinta che «chi lavora, prega». Forse l’attaccamento a queste radici ha permesso a Pansa di mantenere un certo distacco da una ambiente culturale radical chic e snob, da una intellighenzia che, per esempio, si schierò tutta contro il commissario Calabresi. Il capitolo dedicato all’uccisione del padre del direttore della Stampa è, probabilmente, uno dei più belli per l’analisi spietata dei meccanismi che s’innescano in una società che ritiene per buona una menzogna venduta a buon mercato. L’autore ricorda il triste appello che la crème dei giornalisti e intellettuali, di allora e di oggi, sottoscrisse contro il «commissario torturatore»: «Calabresi fu obbligato a fare la cavia di una tecnica distruttiva tipica dei poteri autoritari. Lotta Continua e i maestroni che la fiancheggiavano si riempivano la bocca di parole come democrazia, rispetto dell’uomo, giustizia. Ma si comportavano come i nazisti e i comunisti sovietici. Con prepotenza isterica, sparavano menzogne con la stessa violenza che le Brigate Rosse avrebbero poi imitato sparando pallottole». Aggiunge Pansa, che declinò l’invito di affiancare il proprio nome a quelli della lugubre lista: «Quello che so è che non ho difeso Calabresi come avrei dovuto. E provo vergogna di me stesso». Per certi versi le riflessioni di Pansa ricordano il percorso umano di un altro grande protagonista della politica italiana del secolo scorso, scomparso di recente: Massimo Caprara. Il revisionismo di Pansa, come quello di Caprara, è innanzitutto un riconsiderare le ragioni di tutta un’esistenza: «Fare autocritica non è facile, ma qui ci sto provando». Ed è la rivalutazione di quella esperienza umana trasmessagli dalla sua famiglia che rende l’editorialista del Riformista l’acuto e lucido osservatore che oggi è, scevro da quel «perbenismo pedagogico», che caratterizza ancora il gruppo editoriale per il quale ha lavorato fino a poco tempo fa. Al tempo stesso Il revisionista appare un’ottima lezione di giornalismo. Quello di Pansa non coincide con l’insistente denuncia del torbido che inquina le vita degli uomini, quanto con lo stupore per quel che c’è e potrebbe non esserci. È il caso della domanda che egli si pone ricordando l’uccisione di Tobagi: «Walter è finito sottoterra, mentre io sono vivo. Poteva accadere a me e invece hanno abbattuto lui. Chi è stato a scegliere l’uomo da uccidere? Iddio, il caso, la sorte? Non sono mai riuscito a trovare una risposta».
(Matteo Forte)
Giampaolo Pansa
Il revisionista
Rizzoli
pp. 486 - € 22
Il lungo viaggio di Josip. Dall’infanzia alle atrocità della guerra
Ci sono libri che riconsegnano tutte le cose, perché ti aiutano a guardarle in modo nuovo, più vero e profondo: uno di questi è L’isola del mondo di Michael O’Brien. Vi si racconta la storia di un poeta croato dalla prima infanzia alla vecchiaia in un lungo viaggio fisico e spirituale che abbraccia la Vecchia Europa ed il Nuovo Mondo: Josip vive un’infanzia povera, semplice e felice in un piccolo villaggio, circondato da affetti che lo fanno crescere e camminare, mentre già inizia a palesarsi il dono di saper esprimere con immagini e parole il cuore profondo della realtà, dell’infinito fuori e dentro di noi. Con l’avvento delle feroci bande partigiane sul finire della Seconda Guerra Mondiale, la sua vita viene sconvolta da un male improvviso e radicale. Nel giro di poche ore, tutto ciò che ha di più caro gli viene strappato via e questo sarà solo il primo passo di una serie di dolorose privazioni e spoliazioni. L’isola felice sembra essersi inabissata per sempre e all’uomo non resta altro che affogare nel sangue, nelle tenebre, nella disperazione. Proprio laddove tutto sembrava perduto, proprio laddove sembrava esserci solo la sconfitta sotto il tallone dei tiranni ed il buio dentro e fuori di noi, ecco farsi strada quello che nemmeno più si osava sperare: una mano che ci trae a riva, e ci propone un cammino che si snoda per tutto il mondo, un cammino per tornare a casa e ritrovare quello che sembrava perduto. Eccoci, allora, capaci a nostra volta di gettare la mano nelle acque scure e sollevare chi in essa sta affondando, eccoci capaci di gettare un ponte tra noi e gli altri, e dare e ricevere amore e attenzione.
Questo libro così intenso, commovente e poetico ci rammenta quello che troppo spesso preferiremmo dimenticare e che tante bugie e false consolazioni attorno a noi cercano di negare o di sopire: nella vita c’è davvero un accumularsi di ferite patite e alle volte inflitte, che palesano la grande ferita originale del peccato nella vita di ogni uomo; ogni uomo è a suo modo crocifisso, ed in modi diversi sente il dolore dei chiodi nelle mani, la lancia nel costato, l’arsura della sete. Ma il racconto di O’Brien mostra come proprio queste stesse ferite siano assolutamente fondamentali, perché possiamo decidere cosa farne, come viverle; possiamo apparentemente nasconderle e rinnegarle, magari sotto l’ubriacatura del potere nelle sue tanto molteplici forme (dalla brutalità sanguinaria delle ideologie, alla distaccata e complice indifferenza dei benpensanti); oppure possiamo attraverso di esse gridare tutto il nostro bisogno d’aiuto e d’amore e scoprire così come ci sia davvero Qualcuno che ci ama tanto da farsi piagare per noi e con noi, Qualcuno cui non è ignoto un singolo battito del nostro cuore e che attribuisce ad esso un valore infinito. Le ferite diventano così misteriose feritoie per ricevere questo Amore e, a nostra volta, donarlo ai nostri fratelli uomini coi diversi linguaggi che ci sono donati. L’ isola del mondo mostra con l’impareggiabile forza dell’arte come ogni vita umana sia a sua volta un messaggio per tutte le altre, una parola viva capace di illuminare e confortare. Josip riceve molti messaggi, nei luoghi più inaspettati, grazie a molti e diversi messaggeri, persone apparentemente insignificanti, ma capaci di donare amore e comprensione e così farsi largo nelle prigioni più tenebrose, ed egli diventa così a sua volta un messaggero di speranza, cui l’amore e il dolore dell’amore hanno dato davvero qualcosa da offrire, da dire.
Il nuovo romanzo di O’Brien è stato paragonato alle opere di Bernanos e Mauriac per bellezza, intensità, profondità. Io mi limito ad aggiungere che questo libro è a sua volta, come la vicenda del suo protagonista, una parola viva, un messaggio da cui i nostri animi feriti ricavano luce, conforto e sprone nel cammino in quest’isola del mondo, nell’oceano infinito che la circonda e che l’abbraccia e che non sono le acque oscure dell’ignoto, ma il Cuore stesso di Dio.
Questo è un libro che ruota attorno alle tre fondamentali domande che in esso ricorrono più volte: «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?», e che attraverso di esse ci consegna con rinnovato stupore la vastità e ricchezza della creazione, le dolorose e bellissime avventure della vita con le sue sconfitte, i suoi incontri, le sue aspettative ed i suoi miracoli, ma anche il valore del racconto, i diversi linguaggi delle cose e delle persone, e quel più profondo «silenzio che è la voce dell’amore».
(Edoardo Rialti)
Michael O’Brien
L’isola del mondo
San Paolo
pp. 848 - € 26
A colloquio con William Congdon
Non è così scontato scrivere oggi un romanzo epistolare. Il genere evoca piuttosto illustri esempi ottocenteschi o della prima metà del secolo scorso. Ma nel caso di William Congdon la scelta di Pigi Colognesi non poteva essere più adeguata. Congdon scrisse infatti nel corso della sua esistenza una quantità straordinaria di lettere. Accanto alla pittura, esse riempivano le sue giornate, documentando il costante dialogo di cui era intessuta l’anima dell’artista: davanti alla realtà e a quella porzione di realtà che era il quadro, il suo lavoro e il suo pensiero, Congdon non fu mai ultimamente solo. Egli sentiva continuamente il bisogno di parlare con qualcuno di quanto andava vivendo. La nascita di un dipinto era per Congdon uno straordinario avvenimento di cui mettere a parte gli amici, così come i momenti in cui la pittura non sgorgava e tutto sembrava avvolto nel più fitto mistero, un dato quasi indipendente dalla propria volontà sul quale interrogarsi insieme a qualcuno. Pigi Colognesi è stato uno dei suoi interlocutori. L’immaginaria serie di lettere in cui Bill Congdon tenta di spiegare le sue scelte di uomo e di artista all’amico un po’ ottuso nasce dunque da una profonda consuetudine tra i due. La ricostruzione appassionata della vita del grande artista non è solo un viaggio alla scoperta della sua produzione e del suo mondo interiore, ma è ricca di dati storici che aprono a mondi forse poco noti (il New England degli anni Trenta, ad esempio o la New York dell’immediato dopo guerra) e tuttavia essenziali, non solo per comprendere la pittura di Bill, ma il percorso dell’arte degli ultimi cinquant’anni. Un’avventura che vale la pena di percorrere insieme all’autore del libro.
(Cristina Terzaghi)
Pigi Colognesi
William Congdon. L’avventura dello sguardo
San Paolo
pp. 23 - € 16
Un laico e un prete a confronto sul grande tema: “O Dio o niente”
Il titolo corrisponde al contenuto, ma francamente non invita: c’è in realtà molto di più di quanto non appaia a una prima occhiata in questo faccia a faccia spudorato tra un laico, ma certamente non agnostico, non tiepido “cerchiobottista” in tema di metafisica come Pietro Barcellona e un prete della sua “stessa età” accanito e libero come don Francesco Ventorino. È un uomo intelligente questo siciliano di 77 anni, docente di Filosofia del diritto a Catania, già deputato e membro del Consiglio superiore della magistratura, a lungo militante del Pci eppure curioso in merito a «una vecchia diceria che non si riesce a mettere a tacere» (Spaemann), come quella che Dio esista. «Io non ho avuto il dono di alcuna rivelazione personale - ammette Barcellona -, ma non mi sono mai acquietato nelle rappresentazioni di un’assoluta contingenza senza causa e senza scopo». Un laico tutto d’un pezzo insomma, di quelli che quando parlano del Padreterno cercano pur sempre di ragionare, non si accontentano di esprimere ciò che “sentono”. È il sacerdote ad aver lanciato la sfida, mettendo sotto il naso del suo interlocutore 70 pagine (la prima parte del libro) alle quali ha assegnato un titolo perentorio: “O Dio o il niente”. Barcellona non si spaventa e percorre fino in fondo l’alternativa. Si parla di Garcia Lorca e di Cormac McCarthy, di Darwin e Daniel Dennett, Dostoevskij e Pirandello, Kierkegaard e Maria Zambrano in questo libro, senza che né Barcellona né Ventorino provino a schierarli in due squadre contrapposte. Il testo è denso. Assolutamente da non perdere, del sacerdote, il capitolo su Marx, utile come mai per capire la nostra società oggi che - secondo una sorprendente eterogenesi dei fini - la sua utopia atea e antireligiosa è stata (quasi) pienamente realizzata dal capitalismo. Purtroppo a sfogliare i Manoscritti economici-filosofici o le Tesi su Feuerbach è rimasto solo qualche prete: la sinistra attuale, quando vuol darsi un’aria intellettuale, preferisce citare Flores d’Arcais o Franco Cordero. Si occupa, cioè, sempre e solo di moralismo e mai della natura dell’Essere e del destino della Storia, e anche per questo perde le elezioni. Barcellona, se Dio vuole, è un uomo di un’altra pasta. Cita Agamben e Pasolini, Panikkar e Asor Rosa, è chiaro che la mattina legge più spesso Repubblica che Avvenire eppure ha capito benissimo che quel Dio un po’ strano che si manifesta in Gesù, quel Dio disposto a morire per l’uomo, cioè a ribaltare i termini della questione religiosa dell’umanità non va cercato “nei libri”. Legge con attenzione gli interventi di Benedetto XVI, cita suo nipote Pietro che a un padre nihilista risponde che se il mondo è dominato dal caso lui è pronto ad «amare oltre il niente». Attacca lo scientismo ottuso, il mondo della “funzione” che butta a mare non solo Dio ma qualsiasi relazione che possa ancora definirsi umana. La differenza fra un laico così e un cristiano resta, Barcellona lo capisce molto bene, e questo gli rende onore. Eppure i termini della questione li ha chiarissimi. E Ventorino gli ricorda, con una zampata finale, che «non è possibile conoscere se non ciò che si ama». Pascal è a un passo.
(Carlo Dignola)
Pietro Barcellona, Francesco Ventorino
L’ineludibile questione di Dio
pp.120 - € 18
Marietti
Credits / © Società Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo Via Porpora 127, 20131 Milano P.I. 02924080159 / © Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di Luigi Giussani e Julián Carrón