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MILANO

Il perché di «una cosa che dilaga»

di Cara Ronza

16/06/2014 - Alla festa di fine anno delle scuole Mandelli Rodari, la presentazione del libro "Vita di don Giussani" con Piero Colaprico, inviato di "Repubblica". I pregiudizi, l'incontro con CL, il suo fondatore. E quel modo nuovo di vedere «l'istante»

Sabato 7 giugno. A Milano, quartiere Dergano, le scuole della Fondazione Mandelli Rodari - dell'infanzia, primaria e secondaria - sono riunite per la festa di fine anno dal titolo "Leggere è incontrare". Tra mostre, video, speakers' corner e animazioni teatrali, alle 18 un gruppo di musicisti in erba lascia il posto sul palco ad Alberto Savorana e a Piero Colaprico, giornalista e scrittore, che ha letto Vita di don Giussani ed è stato invitato a parlarne con l'autore.

Colaprico è un inviato di Repubblica, ha seguito le inchieste più "calde" degli ultimi decenni (il termine Tangentopoli, all'inizio degli anni Novanta, lo ha inventato lui). Da alcuni anni abita a Dergano e per i suoi figli ha scelto queste scuole. «Io ho un altro percorso, vengo da altre esperienze, ma quando vedo una cosa che dilaga - ci sono qui libri di don Giussani tradotti anche in arabo - mi chiedo perché».

Racconta dell'idea che nel tempo si era fatto dei ciellini, gente chiusa e ben collocata in posti che danno ricchezza e potere, ma anche di quello che ha scoperto incontrando persone del movimento, qui in quartiere, in questa scuola, o vedendo il lavoro del Banco Alimentare: «Una roba diversa».

Savorana coglie lo spunto e rincara la dose, con le parole di don Carrón pubblicate proprio su Repubblica il 1° marzo 2012: «Se il movimento di Comunione e Liberazione è continuamente identificato con l'attrattiva del potere, dei soldi... Qualche pretesto dobbiamo averlo dato». E spiega: «Questo per non negare nulla della realtà - come ha sempre fatto Giussani -, e anche per raccogliere la tua osservazione, perché il tuo racconto documenta una cosa elementare, che però spesso non si considera: che ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia».

La scenografia dietro ai relatori, una luminosa via lattea dipinta dai ragazzi di quinta, sembra fatta apposta per illustrare la citazione dell'Amleto di Shakespeare, così cara a Giussani, così tipica del suo metodo educativo. Continua Savorana: «Noi di qualsiasi cosa ci facciamo un'immagine, che può essere giusta o sbagliata, finché accade un certo incontro e la realtà supera l'immagine. A questo punto c'è un solo problema, che è la caratteristica della vita di don Giussani: se uno stima di più la realtà, la verità, che non i suoi preconcetti, l'immagine che si è fatto. Tutta la vita, don Giussani ha corretto immagini, idee, pensieri, incontrando persone, che gli facevano cambiare immagine, idea, opinione sulle cose, sul mondo, sulla vita, sul destino».

Colaprico è rimasto colpito da un'espressione che gli pare c'entri con ciò di cui si è appena parlato: il concetto di densità dell'istante, il fatto che ogni attimo possa avere un'importanza capitale, che possa cambiare la vita. Cita l'episodio del giovane a cui Giussani si dice debitore perché con una sua lettera lo ha «rimesso in moto» in un momento di crisi. Possibile? Un giovane a cui avrebbe dovuto insegnare lui... Nemmeno il ragazzo riusciva a crederci! E invece don Giussani, incalza Savorana, imparava davvero da tutti, da tutto, perché era disponibile di fronte alla realtà. Davanti a lui, in platea, tra tanti genitori e insegnanti, ci sono alcuni studenti che l'anno prossimo andranno alle superiori. «Imparava anche da ragazzi di quinta e quarta ginnasio», sembra dire proprio a loro.

Questa straordinaria "disponibilità", questa apertura è per Colaprico un tratto fondamentale della persona di Giussani, evidente a chiunque, «laico o credente». Savorana conferma. Quando don Giussani diceva «ho imparato tutto dalla storia», non si riferiva alla storia come categoria astratta, ma a una storia di incontri. Con un ragazzo in confessionale, con gli studenti del Berchet, cattolici o comunisti, con persone sapientissime o umili come sua madre, che da bambino la sera lo faceva pregare per chi aveva fame e per la guerra in Cina e lo apriva al mondo intero. Suo padre invece gli diceva «Gigetto, datti ragione di tutto». E Giussani non ha mai smesso di obbedirgli.

Si parla dunque anche di obbedienza e di paternità, in questo incontro che è davvero un incontro, un istante denso, come quella volta - Colaprico è curioso di saperne di più - in cui alcuni universitari "duri e puri" parlano a Giussani di un articolo di Testori sul caso Moro e Giussani li invita ad andare a cercarlo, per conoscerlo, per parlarne con lui. L'educazione ha a che fare con la libertà, di fronte a ogni fatto, a ogni spunto, a ogni persona. L'educatore Giussani non ha paura di "lanciare nella realtà" i suoi giovani.

Colaprico vuole rileggere un altro episodio, quello del medico Enzo Piccinini, che torna a casa tardi, vede i suoi figli raggomitolati nei loro lettini e s'intenerisce. «Mi sembra di volergli bene», dice a Giussani. Ma Giussani lo corregge. «Non è mica così che si vuole bene. Guarda, il modo vero di voler bene è che proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e trascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire "che ne sarà di loro?", perché voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, sono tuoi e non sono tuoi, che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone nel rapporto e nelle cose, nel futuro e nel presente, che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare se ti obbediranno o no».

Antonio Mandelli, presidente della Fondazione, in chiusura ha ringraziato Savorana e Colaprico per avere ridestato la libertà sua e di tutti i presenti anche di fronte a quest'opera così bella. Se i ragazzi tornano a casa contenti è perché qui imparano a "entrare nella realtà", che è lì per loro.

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